Parole come pane alla fiera del libro di Bologna

“La scuola nel carcere di Nisida non ha sbarre e le finestre sono aperte.  La scuola su quest’isola prima di costruire conoscenze deve smontare l’idea dei ragazzi secondo cui la loro vita è già scritta e non potrà mai cambiare e ricominciare”.
Bologna, Fiera del libro per ragazzi, Maria Franco, rilascia una breve intervista per “Parole come pane. La sintassi di Nisida” (edizioni Caracò).  Siamo nel padiglione 33, l’unico aperto al pubblico e ai bambini, ma non ditelo ai grandi.

Il libro è frutto di un progetto di scrittura curato da Maria Franco e realizzato da dieci scrittori (Viola Ardone, Paolo Curtaz, Daniela de Crescenzo, Alessandro Gallo, Andrej Longo, Antonio Menna, Anna Petrazzuolo, Patrizia Rinaldi, Gianni Solla, Cristina Zagaria) che dopo “La grammatica di Nisida” hanno sviluppato a titolo gratuito un nuovo progetto nelle aule dell’Istituto Penale Minorile di Nisida (Napoli), elaborando da quel percorso con i giovani detenuti, altrettanti racconti incentrati sulla parola.
Ed è proprio dalla sacralità della parola, come descritto da Isabella Bossi Fedrigotti – autrice della prefazione – che sono partiti i giovani detenuti di Nisida: “[...] La sintassi della liberazione che mette ali alla fantasia e dà voce ai sogni, che toglie le catene pesanti e arrugginite prima alla parola e poi anche alla scrittura. O forse a tutte e due contemporaneamente. […]. E chissà che alla fine la sintassi non riesca a favorire la realizzazione concreta di quel complemento di moto a luogo che per primo è stato perfettamente chiaro ai ragazzi di Nisida

A presentare “La sintassi di Nisida” a Bologna ci sono due autori che in passato sono entrati a Nisida, come insegnanti, e che non sono mai più usciti, a modo loro: Luisa Mattia e Andrea Valente.
“Al di là del lavoro costante degli educatori – la parola a Luisa Mattia  -  quello che mi ha colpito di questo laboratorio di scrittura che ogni anno diventa un vero e proprio libro, è che  autori  che entrano a Nisida non ne escono più. Rimangono emotivamente legati a quel luogo e la loro stessa scrittura ne rimarrà per sempre influenzata” .
Gli scrittori che si confrontano con i ragazzi detenuti a Nisida scoprono  “l’umiltà del linguaggio – continua la Mattia- perché davanti a quei ragazzi le parole, anche le più studiate e sentite si scontrano con un modo di parlare e di pensare secco, brutale che alla fine, però, si scopre di una profondità che nessuno avrebbe previsto”. Per la Mattia gli autori della Sintassi (come quelli della “Grammatica di Nisida” prima di loro) dal confronto con i ragazzi hanno imparato una forma di narrazione spietata, che molto spesso dichiara una  sconfitta dell’adulto che entra a Nisida sicuro di molte cose...  e che ne esce con molte meno certezze, talvolta in crisi. Alla fine gli adulti che pensano di poter dare, prendono e cambiano ….e tutti crescono, in un confronto mai intellettuale, ma concreto, perché questi ragazzi hanno molta voglia di raccontarsi, anche se chiedono di  non essere giudicati. Loro stessi sono spietati verso se stessi e non chiedono niente a nessuno, né possono chiedere perdono”.
Per Andrea Valente “Nisida è stato il mio big bang”. Valente parla di “incontri di galassie lontanissime come quella tra uno scrittore e un ragazzo di strada” e anche per lui “Nisida ti entra nel cuore”.

La “Sintassi di Nisida” ha fatto un lungo viaggio da Napoli a Bologna, insieme al laboratorio di scrittura seguito da Maria Franco e dagli altri docenti di Nisida (come Adele e Gianni). Se mi fermo  un attimo a pensare che i racconti scritti da questi ragazzi sono in una delle più importanti fiere europee dell’editoria per ragazzi, mi si velano gli occhi, per la gioia. E la passione di Luisa Mattia e Andrea Valente, che continuano ad accompagnare questo lavoro sono il primo vero riconoscimento per i ragazzi, per gli insegnanti e per quegli autori che accettano la scommessa.
C’è chi è stato messo in crisi, chi è cresciuto, chi ha scoperto un mondo lontanissimo da sé.
Ridendo Valente che è anche disegnatore racconta: “Quando vado nelle scuole i ragazzi mi chiedono ‘Mi disegni un mitra?’ Oppure ‘Mi disegni Osama Bin Laden?’ A Nisida, invece, Antonio,  un ragazzone altro due metri e con la faccia da rapinatore incallito,  mi si avvicina e mi chiede: ‘Mi disegni un gattino?’ Questa è Nisida”. Questo è l’animo umano che ti sorprende quando meno te lo aspetti e su cui – credo - gli scrittori del progetto hanno scommesso insieme con Maria Franco e la squadra di insegnanti di Nisida.

Nota. Chiacchierando con Alessandro Gallo, uno dei dieci autori delle “Parole come pane”, davanti a un panino con la bresaola, a fine presentazione, ho scoperto che entrambi per motivi diversi (lui perché da quel mondo proviene, io perché per deformazione professionale diciamo che racconto tutte le galassie ) non siamo entrati a Nisida per insegnare, ma  io per “osservare” e diventare strumento di racconto e credo che Alessandro abbia fatto uno scatto ancora ulteriore (e il suo racconto ne è la prova) , lui è entrato a Nisida per osservare e cambiare, facendo proprio quello che Maria Franco fa ogni giorno nella sua scuola senza sbarre, dimostrare  ai ragazzi che si può cambiare, che la vita non è scritta. Quindi per noi nessuna crisi di identità. Ma tanta energia.  Per tutti noi autori (presenti e passati) però credo sia vero che una volta entrati a Nisida, non ne esci più. La tua scrittura, il tuo cuore, il tuo sguardo non sono più gli stessi dopo una lezione con e da i ragazzi di Nisida.





scelte e non quote, cominciamo da qui

Quante segretarie di partito ci sono in Italia? Quante donne ricoprono ruoli apicali nei partiti?
Cominciamo da qui.
Anzi no, azzeriamo tutto.

Non é una questione di numeri.La tanto discussa Laura Boldrini, presidente della Camera, da sola sta facendo un lavoro che molti presidenti uomini non hanno mai fatto.
Ci sono grandi politiche e grandi manager che si sono conquistate la loro posizione e ci sono donne semplicemente assunte o addirittura che occupano posizioni chiave, perchè è politicamente corretto, perchè "il capo (uomo) vuole così, perchè serve una immagine al femminile per l'azienda.

Non difendiamo i numeri. Non vestiamoci di bianco come novizie o come spose. Siamo la società dell'immagine dei flashmob, ma il nostro parlamento dovrebbe essere stanco delle scenette. Vestirsi di bianco per esprimere il proprio dissenso è un modo per finire sui giornali, ma vuol dire rimanere in superficie. Andiamo in profondità.
Le donne contano non perché ci  viene riservato un posto. Così come gli uomini. Si candidassero più donne e così non ci sarebbe più bisogno di quote rosa.

Le donne contano quando le loro idee contano.

Le donne contano quando hanno la possibilità e il tempo di far ascotlare le proprie idee (e qui non apro un capitolo infinito come quello dell'inesistenza in Italia di un welfare per le mamme e per le famiglie).

E qui cominciamo a scendere in profondità.
Perché non si candidano tante donne?
Fermatevi un attimo e pensate.

Quand’è l’ultima volta che ho votato una donna? E perché?
Cominciamo da qui.

Lasciamo ai social network il tam-tam , le chiamate a fare gruppo, gli inviti a vestirsi di bianco come in discoteca , andiamo in profondità, per capire davvero a chi serve questa battaglia sulle quote rosa (o dovrei dire bianche)...

Cominciamo dalle scelte (le nostre) e non dalle quote, che mai come questa volta sono state strumentali agli uomini...

A Napoli ormai è tutto falso

Qualche giorno fa sono stata in via Rua Catalana, la strada dove non esistono regole, così abbiamo titolato su Repubblica. Pochi avevano voglia di parlare. Molti (direi tutti) hanno difeso i parcheggiatori abusivi, che in questa zona di Napoli (a due passi dalla questura e dal municipio) gestiscono strade, vicoli e garage come se fossero "cosa propria". Solo uno aveva molta voglia di parlare, Gabriele, titolare (anzi il vero titolare è la moglie, perchè lui ha un altro lavoro) di un autolavaggio in via Gioia.
Gabriele tra le mille storie che mi ha racontato, dalle truffe sulla raccolta differenziata, al business dei rifiuti, mi ha raccontato la storia delle pietre coreane. Una di quelle storie che sono vere, perchè diventano patrimonio orale della collettività, ma non solo.
"A Napoli ormai è tutto falso - dice Gabriele- Anche le pietre su cui camminiamo. Li vede questi lastroni?". E indica le lastre del marciapiede. "Questa è pietra lavica vesuviana. Ogni lastra vale almeno 50 euro. Nel mio palazzo hanno fatto i lavori. Hanno portato via i lastroni neri, secondo il condominio vecchi e rovinati, non antichi, vecchi, hanno detto, e ci hanno messo dei bei marmi nuovi nuovi, ludcidi. e Gauda casa hanno fatto i lavori a costo zero. Un affare secondo i condomini, una truffa direi io". Pausa, scenica. E Gabriele tira le fila del suo monologo: "Si I faccia un giro per le strade di Napoli, quelle belle, dello shopping. La pietra lavica l'hanno tolta dappertutto. I bei lastroni vesuviani saranno già in grandi ville del nord Italia, ma anche del Giappone e del Nord Europa e a noi ci mettono la pietra Coreana, che vale due lire e si spacca in due alla prima sollecitazione. Questo ci meritiamo noi napoletani. Svendiamo la nostra storia e ci prendiamo i prodotti cinesi. Ormai ci camminiamo anche sul made in China!".