Armida Miserere, storia di una direttrice di un carcere e di una donna

Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato

La storia della prima direttrice di carcere in Italia. Una donna forte e fragilissima. Edito da Dario Flaccovio nel 2006.

Auguro vite distrutte così come con tanta leggerezza è stato distrutto quel che resta della mia. Non mi perdono di aver creduto in un sogno non posso perdonare chi quel sogno lo ha distrutto. Sono le ultime parole di Armida. Sono il testamento duro e atroce di una donna che a 28 anni ha scelto di entrare in carcere, come vicedirettrice, e che a 47 viene ammazzata da questa vita, dalla sua vita.

Miserere è prima di tutto a storia di una donna. L’epopea di una moderna eroina tragica. È una storia vera di colei che nel suo nome è marchiata dal destino di due tragedie. È la storia privata di una donna e la storia pubblica di trent’anni di criminalità italiana dalle brigate rosse, passando per le stragi di mafia degli anni ’90, fino al terrorismo islamico. Nella vita di Armida entrano con forza figure positive come Giancarlo Caselli, Alfonso Sabella, Paolo Mancuso e eroi neri come Michele Sindona, Giovanni Brusca, Vincenzo Curcio, Totò Riina. Qual è il sogno di Armida? Sono due: l’amore e il lavoro.

Il suo amore è Umberto Mormile, educatore. Armida però è anche una servitrice dello Stato.

Per me il carcere deve essere un carcere – dice – e i detenuti devono saper fare il loro mestiere. Io non faccio il direttore del Jolly Hotel.

Umberto lo conosce al carcere di Parma, al suo primo incarico e lo ama per sei anni. Il loro amore si intreccia con il lavoro, con i primi esperimenti del carcere come luogo di rieducazione, con le prime applicazioni della legge Gozzini. Sono giovani, pieni di entusiasmo e due sognatori. Armida è bella, forte, intelligente. Umberto è l’unico che riesce a contenere il suo carattere a smussare le sue asperità. Ma se il carcere può sembrare una grande famiglia, con le celle ordinate e profumate di glassex, è un mondo pieno di intrighi, trappole, sotterfugi, compromessi. Secondo alcune voci Umberto è coinvolto in un giro di permessi venduti ai detenuti. Il primo grande sogno di Armida viene spezzano la mattina dell’11 aprile 1990 quando due killer ammazzano Umberto per strada, mentre va al lavoro.

Lei non crede alle voci, difende Umberto e la sua memoria. E comincia da sola una solitaria battaglia. Fa un’indagine parallela a quella dei carabinieri per cercare gli assassini del suo grande amore e si getta nel lavoro. Diventa una “macchina da guerra”. Cambia il suo look, cambia il suo modo di lavorare. Il carcere diventa universo, casa, condanna, ossessione. Armida indossa la tuta mimetica, taglia i capelli, gira sempre con la sua calibro 9 addosso. Ha due uomini di scorta. Armida lavora e rispetta le regole. Diventa il “colonnello”. E l’amministrazione al spedisce nei carceri italiani di massima sicurezza. Lì dove c’è un problema arriva Armida: l’Ucciardone, Pianosa, Torino, Ascoli, Sulmona. Ispezioni, regole ferree, lavoro 24 ore su 24. Armida diventa un direttore di ferro. È stimata e temuta. Ma sempre più sola. L’amministrazione la usa, perché lei non ha famiglia e ha la valigia sempre pronta. E il carcere la consuma. Nella sua vita pochi amici di infanzia, il fratello, qualche compagno, ma gli uomini che incontrerà Armida la useranno e la deluderanno. Proprio come il lavoro. Dopo anni di obbedienza assoluta, di missioni sfiancanti, di incarichi a rischio Armida si trova isolata. La sua fama da dura diventa la sua condanna. E anche il suo secondo sogno, la passione per il carcere e per la rieducazione dei detenuti, svanisce.

Armida è una donna sempre in movimento. Lavora. Corre, di giorno e di notte. Corre con i suoi cani. Guida da una parte all’altra d’Italia. Ma alla fine a 47 anni si ferma. È venerdì santo. Lei è sola nel suo alloggio. Spegne la luce e impugna la sua calibro 9.

Armida Miserere era una direttrice di carcere con la fama da dura. Miserere (Dario Flaccovio Editore, 314 pagine, 14,50 euro), che attinge anche da documenti inediti forniti dalla famiglia, scava a fondo nella storia di questa donna e ne ricostruisce la vita pubblica e privata. Una personalità forte, segnata da un dolore mai sopito. Il testo offre anche una panoramica sulla quotidianità del carcere, sui ruoli, le dinamiche, i risvolti psicologici di chi vive e sopravvive in un penitenziario, siano essi addetti ai lavori o detenuti

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