cronaca di una vendetta

Nino
Quel giorno mi svegliai di buon umore. Baciai mia moglie e trascorsi tutta la mattina in casa. Ero arrivato a Bovalino Superiore la sera prima e avevo portato le analisi di Vittoria. Avevo aspettato ad aprirle. Le volevo leggere con lei. E le analisi erano ottime: aspettavamo un bimbo. Il secondo. L’8 settembre del 1990, perciò, era una giornata da festeggiare. Io e Vittoria eravamo sposati da due anni. Francesco aveva un anno e mezzo. E io stavo per diventare di nuovo padre.
Mi chiamo Nino Marino. Sono nato a San Lorenzo, paese pre-aspromontano a poco meno di cinquanta chilometri da Locri, per capirci. I miei genitori sono artigiani di modeste condizioni sociali. E sono un brigadiere dell’Arma dei carabinieri. Il mio primo incarico in Calabria è stato alla stazione di Platì: ho preso il comando il primo ottobre del 1983.

Vittoria
Quel giorno in casa c’era molto da fare. Ma il lavoro non mi pesava. Era la festa della Madonna del Miracolo. E anche io avevo il mio miracolo. Ero incinta. Io e Nino dopo un brevissimo fidanzamento ci eravamo sposati poco più di due anni prima. Eravamo giovani. Io non avevo ancora trent’anni.

Francesco
Quel giorno avevo un anno e mezzo e un proiettile mi trapassò un ginocchio da parte a parte. Mia madre mi racconta sempre che per fortuna ero un bambino cicciotto, con gli anelli di grasso intorno alle gambe e alle braccia, come i bambolotti. Il proiettile trapassò l’anello di ciccia del mio ginocchio destro e i lembi della pelle si aprirono come un fiore.

Nino
Quel giorno io c’ero, anche se ero ancora parte di mia madre. Sono il terzo sopravvissuto di questa storia, anche se quel giorno ero al sicuro, nascosto e protetto nel ventre di mia madre. Non ho visto niente. Ho sentito credo. Quello sì. Quello lo so. Mi chiamo Nino Marino, come mio padre, anche se mio padre non l’ho mai conosciuto. Anzi è più giusto dire non l’ho mai visto o toccato, perché credo di conoscerlo meglio di chiunque altro.

Un coro a quattro voci per raccontare una storia che dopo quasi vent’anni fa ancora paura e che solo un morto può raccontare. Ecco un assaggio del mio racconto per “Bersagli innocenti”. La cronaca dell’omicidio del brigadiere Nino Marino, ammazzato dalla ‘ndrangheta l’8 settembre 1990, a Bovalino Superiore. L’unica sua colpa? Faceva il suo lavoro e dava fastidio.
Ho incontrato Vittoria, Nino e Francesco un pomeriggio d’estate, a Roma, nella sede dell’Assovittime. Con Vittoria l’intesa è stata immediata. Angela Donato mi ha insegnato a parlare con le donne calabresi. Ma il primo nome che mi è venuto in mente quando ho letto le carte giudiziarie sul caso Marino mi ha riportato ad Armida, Armida Miserere. Ho cominciato a tremare. Il presunto mandane dell’omicidio Marino è lo stesso, che secondo la ricostruzione del Tribunale di Milano ha ordinato l’omicidio di Umberto Mormile, il compagno di Armida: Antonio Papalia. Lui, il boss calabrese di Milano. Leggendo l’ordinanza di custodia cautelare per l’esecutore materiale dell’omicidio Marino, Giuseppe Barbaro, ho pensato ad Armida e alla sua ostinazione nell’indagare sulla famiglia Papalia. E’ come se mi avesse portato lei a Roma, da un’altra donna… da Vittoria.
Il racconto l’ho scritto in una settimana, alla vigilia della partenza per il Giappone, con il lavoro della redazione nel pieno, ma è un racconto che ho scritto con la pancia, con le viscere, mandando via e mail ogni versione a Vittoria, Francesco e Nino, cercando il loro appoggio, smussando le frasi troppo dirette (perchè loro in Calabria ci vivono ancora) e tentando di trovare il filo rosso nella loro vita cominciata quel giorno, quell’otto settembre di 19 anni fa….

*Il processo al presunto mandante dell’omicidio Marino deve ancora cominciare. L’udienza preliminare contro Giuseppe Barbaro(arrestato il il 23 ottobre del 20069 è fissata per l’autunno 2009. L’imputato per legge è quindi innocente. E la stessa ricostruzione del movente e le testimonianze del pentito su cui si basa questo racconto sono solo una voce del processo, una possibile verità.
Il brigadiere Marino nel 1993, quando era presidente Oscar Luigi Scalfaro, è stato insignito della medaglia al valor civile, l’unica onorificenza che lo Stato italiano ha riconosciuto alla vedova e ai figli
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