tute di carta


“Ora, o noi risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, fino alla disfatta. Siamo all’inferno adesso signori miei, credetemi… E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi…
Oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta
”.

ore 6.00
“Ciao Bruno”.
“Ciao Ale”.
“Ciao Ciccio”.
Ciao.
Trecento ciao.
Uno alla volta. Per sentirsi, per riconoscerci, per dimostrare che ci siamo.
Le scene di Ogni maledetta domenica scorrono a rullo sui monitor al plasma nei corridoi dei vecchi capannoni della Nuova Pomigliano. La voce roca di Ferruccio Amendola dà vita ad Al Pacino. Non siamo al cinema. Ma noi siamo così. Con le spalle imbottite, gli occhi neri e il parapalle sui testicoli. Siamo protetti, bardati da gommapiuma e lanciati verso la sfida, proprio come i giocatori dei Miami Sharks. La nostra partita, però, non si misura in centimetri, ma in minuti, in secondi. Siamo squali divorati dal tempo.

Mi chiamo Patrizio Cantone. Ho 31 anni e sono un operaio specializzato, assunto nell’agosto 2007 con contratto di formazione alla Fiat. Ho realizzato il grande sogno di ogni operaio del Sud: avere un posto alla Fiat. Ho fatto due corsi di formazione in Regione. Prima lavoravo come apprendista in un’officina di Somma Vesuviana, il mio paese. In officina, il capo mi pagava un mese sì e due no. Poi uno zio di mio padre, la buonanima, tramite un suo amico del sindacato, mi ha trovato questo posto. Mio padre era uno tosto della Cgil, quando lavorava in ferrovia.
Ho realizzato il sogno di ogni operaio meridionale e come tutti oggi mi trovo precario due volte: nel contratto e nella crisi, che sta travolgendo tutto.
È il gennaio 2009. Sono passati solo due anni dalla mia assunzione. Ma tutto è cambiato e la speranza è diventata condanna.
Mia madre quando esco di casa tutte le mattine ringrazia Dio che vado a lavorare. Io lo maledico, perché arrivati a questo punto è un lavoro senza futuro, un lavoro che ci dà solo l’illusione di poter tirare avanti. È l’ennesimo inganno. Per colpa di chi? Del Sud? Della crisi? Della politica? Io non sono bravo a dare la caccia ai colpevoli, vedo gli effetti, però. E l’effetto è che vado al lavoro, non produco nulla e so che è solo questione di tempo: la Fiat aspetta che il mio contratto scada, come uno yogurt nel banco frigo del supermercato sotto casa. E siccome non sono né un rivoluzionario, né un delinquente, ma semplicemente un operaio, non vedo vie d’uscita. Vedo solo un muro, a cui mi avvicino ogni giorno di più. Vedo il cesto dell’immondizia in cui verrà buttato il mio barattolino di yogurt.
Mia madre ogni 27 del mese, quando arriva la busta paga, piange di felicità. Io quei soldi non riesco neanche a spenderli tanto sono pochi. Non bastano mai. E la mia Citroën ha la radio rotta, la luce dell’olio sempre in rosso e i finestrini fissi. Avrei bisogno di andare dal dentista, ma continuo a rimandare. Ecco l’illusione dello stipendio. Ecco perché io il 27 del mese non riesco a essere di buon umore. La pensione di mio padre, ex ferroviere, a mala pena arriva a seicento euro. I miei mille e cento euro ogni mese fanno andare avanti la famiglia, comprano l’iPod a mia sorella Chiara e il cotone per i ricami di mia madre. Piccoli lussi per le mie donne. Almeno per loro. E io? Io vado avanti. Cioè vado, perché avanti non si può andare.
È un mese ormai che lo stabilimento è fermo. I colleghi, quelli anziani, quelli assunti a tempo indeterminato sono in cassa integrazione. Sono venuti al lavoro l’ultima volta tre settimane fa. La catena si è messa in moto per due giorni, per quarantotto ore. E poi si è fermata di nuovo, come se nulla fosse. Anzi, nulla c’è.
Io, invece, anche se non c’è niente da fare ci devo venire per forza a lavorare. Ho un contratto a termine e la casa integrazione non mi spetta. E come me altri trecento colleghi. Ma siamo alla deriva. Aspettano solo che i nostri contratti si esauriscano uno a uno. L’ho detto, la nostra partita si misura in minuti. È solo questione di tempo.

Ci vogliono 16 minuti per arrivare da casa mia ai cancelli di Pomigliano.
Mi alzo alle 5.30 tutte le mattine. Il caffè è pronto sul fornello dalla sera prima. Accendo il gas. E mi infilo i jeans e la felpa.
Cinquantadue secondi perché il caffé esca dalla piccola ciminiera della macchinetta. Cinquantadue secondi e un cucchiaino raso di zucchero. Sono le 5.31. Mi lavo la faccia e tiro le coperte sul letto. Alle 5.39 sono in giardino, alle 5.55 sono in fabbrica. Puntuale.
Anche stamattina sono qui. Puntuale. Al lavoro e disoccupato. Mi tolgo il giubbotto e i jeans, addosso ho ancora il pantalone del pigiama, perché in fabbrica, sotto la tuta bianca fa freddo. Piego tutto. Chiudo l’armadietto. Che sonno. Muoio di sonno.
“Ciao Patri’”, Nando mi dà una pacca sulla spalla e sorride, allargando le labbra in una guancia livida. Si tocca.
“Ahi, ahi, fa male, ma oggi gliele suoniamo noi”.

ore 6.30
La mia tuta è bianca, linda, sembra stirata. E il baschetto giallo luccica. Sono nel mio reparto. Assonnato, ma pronto.
È tutto fermo. Un hangar di trecentocinquanta metri quadrati, silenzioso e intorpidito.
Ovunque sulle pareti (ce n’è una perfino nel bagno), le scritte “La Nuova Pomigliano”, con la “N” bella grande e colorata di rosso.
Torno nel corridoio.
Ho bisogno di un caffè.
Il vezzo dei monitor con le scene del film di Oliver Stone e le scritte, risalgono esattamente a un anno fa. In fabbrica arrivò Sergio Marchionne e con lui un nuovo direttore, uno della Sicilia, con accento del nord e il nome che ricorda quello di una pasta del sud, l’ingegner Sebastiano Garofano. “Lo stabilimento peggiore d’Italia diventerà il primo” disse il grande capo. E Garofano: “Per migliorare la produttività, che è al meno 47 per cento, si comincia dalle regole di comportamento”. Eravamo in seimila allora e ci misero tutti sui banchi di scuola per un corso di formazione, che era più che altro un corso comportamentale. Ci volevano insegnare le buone maniere, il rispetto degli orari, la qualità del lavoro, l’onestà. Perché noi eravamo i peggiori d’Italia. Eravamo napoletani.
Una domenica sono venuti pure i fratelli Abbagnale, per l’incontro con le famiglie, per rendere la fabbrica un posto in cui sentirsi a casa, in cui divertirsi. Ah, ah…ah.

“Patrizio, di buon umore stamattina…”. Silvietta mi abbraccia, afferrandomi alle spalle, e interrompe il flusso di pensieri e ricordi. Mi volto e la guardo. Anche lei perfetta, linda, immacolata nella sua tuta bianca. Anche lei con la voglia di caffè, per non addormentarsi.
“Allegro? Una Pasqua, Silvie’. Oggi che propone il programma?”
Mi scosta. Si avvicina alla macchinetta e preme il pulsante: Lungo. Non si sa bene cos’è, ma è una brodaglia, scura calda… lunga. Un’eresia chiamare caffè quello che finisce nel bicchiere .
Ha un bel culo Silvia e un sorriso chiaro. È piccoletta, ma niente male, pure sotto la tuta.
“Volevamo riverniciare di giallo le tubature del padiglione 7”, mi dice.
“Di giallo?”
“Sì abbiamo della vernice che ci avanza. E poi è un colore allegro”.
“Ammm…”. Bevo un sorso di sbobba calda al profumo di caffè bruciato.
“Sei dei nostri?”
La pittura gialla mi fa venire in mente il canestro.
Abbiamo montato un canestro nel capannone delle lastrature e disegnato, con la pittura gialla, l’area di tiro. Silvia è l’arbitro ufficiale, tiene il conto del tempo e segna i punti. Gaetano, ‘o poll’, ha giocato a basket nelle giovanili, a livello regionale. Ci ha insegnato le regole e anche i falli da fare.
Nessuno ha mai visto un canestro in una fabbrica. Marchionne direbbe che “siamo davvero i peggiori d’Italia”. Ma infondo sono tre linee gialle e un canestro. Non è un reato. E sono stati loro a dirci che la fabbrica è un posto dove divertirsi. Da una settimana io arrivo al lavoro e non faccio altro che pensare alla partita dell’una. L’ultima ora di lavoro.
Ma ora siamo ancora alla prima e torno alla realtà
“Mah, Silvia, c’è una riunione stamattina. Quelli del sindacato hanno delle cose da dirci. Vorrei andare. Per capire”.
“Io non ci sto più dietro. Se ce la fai ci raggiungi, così mi racconti anche cosa dicono quelli del pane e le rose”, mi fa un sorriso smorfioso, con gli occhi da gatta cattiva, che sbucano da dietro la spalluccia alzata. Si volta. E si allontana.
“A dopo…”, taglio corto senza rispondere allo sguardo. Non mi va di scoprirmi. Mi piace Silvia. Assai. Ma non rispondo allo sguardo. Non oggi. Non in questo momento in cui continuo a sentirmi un vasetto di yogurt, molto poco maschio.

continua ….

E’l’incipit del mio racconto per QUI SI CHIAMA FATICA. Storie, racconti e reportage dal mondo del lavoro, edito da L’ancora del Mediterraneo.
L’antologia, curata da Riccardo Brun, sarà presentata oggi pomeriggio alla libreria Ubik di Napoli, ore, 18.

2 Comments
  • Mar 25,2010 at 16:42

    …Grazie Annalisa 🙂

  • Anonymous
    Mar 23,2010 at 22:28

    Che bello, Cristina. Bello, intenso, fa commuovere e arrabbiare. Brava, come sempre!
    Un abbraccio.
    Annalisa

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