sabato 12 novembre 2011
aung san suu kyi si candida al parlamento
Birmanie: Aung San Suu Kyi "probablement" candidate aux élections partielles.
La prima France press è delle 8.21 e dice solo questo. Mi fiondo su Internet e comincio a cercare, dopo quasi due ore ricostruisco che, a un anno dal suo rilascio dagli arresti domiciliari e a poco più di vent'anni dalla sua vittoria elettorale del 1990 (vittoria scippata dal regime che la spedì agli arresti per 15 anni), Aung San Suu Kyi si prepara a tornare alla politica e a candidarsi per le elezioni suppletive a capo del suo partito, la "Lega nazionale per la democrazia" (Nld) (sciolto l’anno scorso e che ora potrebbe essere ricostituito con un altro nome) e in opposizione al governo civile dell'ex generale Thein Sein.
Non è chiaro quando si terranno le elezioni (forse già il prossimo mese) ma nelle due Camere sono disponibili complessivamente ancora 40 seggi (lo scrutinio del novembre 2010 è stato infatti contestato).
E la decisione finale sulla rinascita della Ndle sulla candidatura della Signora è affidata alla riunione dei 106 membri del comitato centrale della lega, provenienti da 13 Stati e Regioni, prevista a Ragoon il 18 novembre.
Domaniè un anno esatto che Aung San Suu Kyi è libera, dopo sette anni di arresti domiciliari. Proprio all’indomani della sua liberazione si temeva (e temevo) che la sua liberazione fosse un contentino, l’ennesimo operazione di falsa benevolenza di un regime cieco e sempre più chiuso.
Invece in questo anno ci sono stati piccoli e successivi passi di apertura del nuovo presidente birmano Thein Sein (un ex generale che qualcuno si chiama "progressista") fino quest’estate quando c’è stato prima l’ invito ai dissidenti della diaspora a tornare in patria, poi l'allentamento della censura mediatica e infine il rilascio di oltre 200 prigionieri politici (una seconda amnistia è data per imminente).
Vagando tra i siti e le agenzie internazionali leggo che c’è chi già parla di "primavera birmana", ma in molti intravedono in questo clima di distensione una cinica manovra di potere per arrivare alla rimozione delle sanzioni occidentali e sganciarsi così dal soffocante abbraccio della Cina. In questo scenario, Suu Kyi e la sua candidatura potrebbero diventare l’ago della bilancia per il Paese, sospeso tra rinnovamento e spregiudicato cinismo di una dittatura ormai sempre più isolata e anacronistica.
La prima France press è delle 8.21 e dice solo questo. Mi fiondo su Internet e comincio a cercare, dopo quasi due ore ricostruisco che, a un anno dal suo rilascio dagli arresti domiciliari e a poco più di vent'anni dalla sua vittoria elettorale del 1990 (vittoria scippata dal regime che la spedì agli arresti per 15 anni), Aung San Suu Kyi si prepara a tornare alla politica e a candidarsi per le elezioni suppletive a capo del suo partito, la "Lega nazionale per la democrazia" (Nld) (sciolto l’anno scorso e che ora potrebbe essere ricostituito con un altro nome) e in opposizione al governo civile dell'ex generale Thein Sein.
Non è chiaro quando si terranno le elezioni (forse già il prossimo mese) ma nelle due Camere sono disponibili complessivamente ancora 40 seggi (lo scrutinio del novembre 2010 è stato infatti contestato).
E la decisione finale sulla rinascita della Ndle sulla candidatura della Signora è affidata alla riunione dei 106 membri del comitato centrale della lega, provenienti da 13 Stati e Regioni, prevista a Ragoon il 18 novembre.
Domaniè un anno esatto che Aung San Suu Kyi è libera, dopo sette anni di arresti domiciliari. Proprio all’indomani della sua liberazione si temeva (e temevo) che la sua liberazione fosse un contentino, l’ennesimo operazione di falsa benevolenza di un regime cieco e sempre più chiuso.
Invece in questo anno ci sono stati piccoli e successivi passi di apertura del nuovo presidente birmano Thein Sein (un ex generale che qualcuno si chiama "progressista") fino quest’estate quando c’è stato prima l’ invito ai dissidenti della diaspora a tornare in patria, poi l'allentamento della censura mediatica e infine il rilascio di oltre 200 prigionieri politici (una seconda amnistia è data per imminente).
Vagando tra i siti e le agenzie internazionali leggo che c’è chi già parla di "primavera birmana", ma in molti intravedono in questo clima di distensione una cinica manovra di potere per arrivare alla rimozione delle sanzioni occidentali e sganciarsi così dal soffocante abbraccio della Cina. In questo scenario, Suu Kyi e la sua candidatura potrebbero diventare l’ago della bilancia per il Paese, sospeso tra rinnovamento e spregiudicato cinismo di una dittatura ormai sempre più isolata e anacronistica.
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La Tata










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