Lettera di dimissione

Ero partita prevenuta. Per colpa di una recensione. In genere le recensioni, soprattutto quelle firmate da giornalisti di prestigio ( e questo è il mio caso, ma non citerò il giornale né il giornalista) servono a invogliare il lettore, a solleticare la sua curiosità. E invece a me era capitato il contrario: la recensione parlava di una lunga unica lettera di dimissioni. Ho pensato: "O Di,o la Parrella ha perso il controllo della sua scrittura". Ma poi proprio perché i libri di Valeria Parella li ho sempre letti e non mi hanno mai deluso ( forse solo, ma credo per colpa mia, lo " spazio bianco"' dico per colpa mia perché cercavo un finale, una riscossa....ma in quella storia...finale e non ci poteva essere), ho comprato: "Lettera di dimissioni". Ma l'idea - questo libro non mi piace- non mi lasciava. Leggo le prime quaranta pagine e le trovo" scollegate" brevi racconti di storie diverse, prima la vita di nonna Franca, poi la nonna Margherita. Poi di nuovo punto e a capo di nuovo, la storia dei due fratelli Claudio e Raffaele, il padre e lo zio della protagonista. Siamo al quarto capitolo e tocca a Lucia (la madre) e alla sorella Michela, quindi Alessandro (il fratello). Sono a pagina 68 e ho in mano sei o sette splendidi affreschi familiari, ma la storia non decolla. Ma a pagina 78, al capitolo 9 il libro inizia....e la recensione, le idee - questo libro non mi piace - passano in secondo piano. Mi piace come Valeria passeggia per Napoli, come la vive e come la racconta...dal basso...ad altezza uomo. E soprattutto (come nello "Spazio bianco") Valeria Parrella non ha paura di scrivere di sé, cioè delle sue esperienze. L’io è nascosto (e questa è la sua forza) ma l'esperienza diretta è immediata. E Valeria Parrella questa volta parla di teatro, della sua esperienza nel comitato di direzione artistica del Mercadante (da gennaio 2008 a dicembre 2011), esperienza terminata...con le sue dimissioni. E parlando del Mercadante, la Parrella parla del museo Madre....dei teatri stabili e "instabili" di Napoli che tra il 2008 e il 2010 si trovano a vivere il passaggio di consegne (non indolore) tra il ventennio di governo bassoliniano e l'arrivo, prima all Provincia e poi alla Regione, della destra con il suo staff e un accanito e indifferenziato spoil system... la cultura senza soldi, e senza idee (o meglio sarebbe più corretto dire con le idee congelate, istupidite dal presente, dalla carenza di fondi, dalla necessità continua e a volte esasperata di reperire fondi, conoscenze, agganci), la cultura fatta di circoli che un tempo erano di sinistra, ma che ora veste griffato e profuma di Penhaligon's, in cui l'impresa non è culturale, ma economica......e così la cultura si aggrappa a un'unica ultima parola: "menomale". E, alla fine, per chi è “di sinistr”a e ha delle idee... o é cresciuto in un certo modo ( magari in provincia, "in salvo") ha una sola alternativa: "cercare da che parte sta la ragione". E Clelia (Valeria) si dimette e la sua lunga lettera di dimissioni è semplicemente la sua vita.
C'è amarezza e disfatta (disfatto é anche Alessandro, il fratello di Clelia, maestro emigrato al Nord e costretto a ci roste la carta igienica ai suoi piccoli alunni per non chiederla ai genitori che ormai comprano tutto, nella scuola che dovrebbe essere pubblica) in questa lettera ("davvero abbiamo pensato che si potesse fare con le leggi? Con i fucili si doveva fare") e coraggiosa autocritica ("è che mi sono accorta di quanto brutto si fosse fatto il mondo solo quando ho perduto credito")...
E il tentativo di non cadere al suolo di quella Clelia-bambina che, piedi sospesi nel vuoto e gambe incartate nelle ringhiera del balcone, prima di spiccare il volo, aveva provato tanto. E allora tra uomini che indossano molte giacche e una città (almeno quello che è stata Napoli fino ad oggi) che frana...rimane la vita che si è vissuta, quello in cui si è creduto e il coraggio di crederci ancora...perché quella preghiera (quella che faceva Clelia con i suoi amici al tempo dell'università per far crollare l'obbrobrio architettonico del jolly hotel) era un gioco, ma la vita no... nella vita bisogna sapersi mettere in gioco, perché la vita non è fuori da noi, nel passato o nel futuro delle cose... quella fetente siamo noi.

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