martedì 17 gennaio 2012
il prete e il padre
Il prete è di fronte. Lo vedo in volto. Lui in alto, sul pulpito. Noi tra i banchi. Il prete si interrompe. Alzo lo sguardo, i miei pensieri accompagnati dalla sua voce sempre certa si impigliano nel silenzio improvviso. Piange. Sta piangendo. Non riesce a parlare, perché la fede non vacilla, ma rimane incagliata nel groppo in gola.
“Ti abbiamo pregato tanto. Abbiamo chiesto di lasciarlo a noi. Non ci ribelliamo alla tua decisione. Le nostre voci, nel tuo grande disegno, sono rimaste inascoltate e lo hai voluto a te”.
Non c’è rabbia, perché non ci può essere. C’è la certezza dell’Aldilà, della Felicità, dell’unione con il Cristo. Eppure ci sono le lacrime, umane, terrene, che annegano le parole. E quelle lacrime sono tutto l’amore che un uomo vorrebbe ancora dare a un corpo che non c’è più. Un uomo di Chiesa che rimane uomo, quando ama un altro uomo. E colui che Dio questa volta ha chiamato a sé era un uomo eccezionale, un guerriero del bene, davanti a cui anche la fede, in cui lui tanto credeva, diventa lacrime.
E poi c’è il padre. Del padre vedo solo la nuca. I capelli bianchi, radi al centro della testa a segnare un vuoto. Con un ciuffo ritto, che va verso l’alto, che non trova pace. Lui non piange, rimane dritto. Ha dovuto dire addio a sua moglie troppo presto. E per molti anni ha negato la vita, una vita senza di lei, era il nulla, era solo respiro tra giorni e notti identiche. Il padre, ora è qui, a salutare il figlio. A lui il compito di rimanere, alla sua famiglia, uno alla volta, quello di andare. Il padre tace. Le lacrime non potrebbero mai contenere questo nuovo dolore, questo suo ingiusto restare. Solo le spalle, le spalle si curvano. Non cedono, le sue spalle piangono.
Tra il prete e il padre, il feretro, ricoperto di rose rosse, con una girandola colorata e un fiore di stoffa. Ma quella bara io non la riesco a guardare. Perché se la guardo diventa tutto vero.
“Ti abbiamo pregato tanto. Abbiamo chiesto di lasciarlo a noi. Non ci ribelliamo alla tua decisione. Le nostre voci, nel tuo grande disegno, sono rimaste inascoltate e lo hai voluto a te”.
Non c’è rabbia, perché non ci può essere. C’è la certezza dell’Aldilà, della Felicità, dell’unione con il Cristo. Eppure ci sono le lacrime, umane, terrene, che annegano le parole. E quelle lacrime sono tutto l’amore che un uomo vorrebbe ancora dare a un corpo che non c’è più. Un uomo di Chiesa che rimane uomo, quando ama un altro uomo. E colui che Dio questa volta ha chiamato a sé era un uomo eccezionale, un guerriero del bene, davanti a cui anche la fede, in cui lui tanto credeva, diventa lacrime.
E poi c’è il padre. Del padre vedo solo la nuca. I capelli bianchi, radi al centro della testa a segnare un vuoto. Con un ciuffo ritto, che va verso l’alto, che non trova pace. Lui non piange, rimane dritto. Ha dovuto dire addio a sua moglie troppo presto. E per molti anni ha negato la vita, una vita senza di lei, era il nulla, era solo respiro tra giorni e notti identiche. Il padre, ora è qui, a salutare il figlio. A lui il compito di rimanere, alla sua famiglia, uno alla volta, quello di andare. Il padre tace. Le lacrime non potrebbero mai contenere questo nuovo dolore, questo suo ingiusto restare. Solo le spalle, le spalle si curvano. Non cedono, le sue spalle piangono.
Tra il prete e il padre, il feretro, ricoperto di rose rosse, con una girandola colorata e un fiore di stoffa. Ma quella bara io non la riesco a guardare. Perché se la guardo diventa tutto vero.
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La Tata










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