Un lunghissimo applauso. E poi lei, vestita di lilla e con i fiori tra i capelli. Nella sala cala il silenzio e tutti rimangono in piedi, per timore, per rispetto, per emozione. Aung San Suu Kyi riceve ad Oslo il premio Nobel per la Pace che le era stato conferito 21 anni fa e che allora non era potuta andare a ritirare, perché agli arresti domiciliari.

Erano stati il martito Michael Aris, morto negli anni scorsi, e i due figli a recarsi alla cerimonia di consegna del premio nel 1991.
“La pace assoluta è un obiettivo irraggiungibile, ma dobbiamo continuare a perseguirlo come un viaggiatore nel deserto tiene fissa una stella come punto di riferimento”, dice oggi la Signora sul palco dove ha pronunciato il suo discorso di accettazione del premio, durante il quale si è detta “ottimista ma con cautela” sul destino delle riforme democratiche nel suo paese.
Suu Kyi (67 anni fra tre giorni) ha riconosciuto i recenti progressi effetto delle riforme del presidente Thein Sein in Birmania, “che mi hanno permesso di essere qui oggi”. Si è tuttavia soffermata a lungo sugli obiettivi non ancora raggiunti, come quello di una completa pace nel Paese (“mai ottenuta dai tempi dell’indipendenza”), ricordando in particolare le battaglie in corso contro la guerriglia Kachin nel nord e le violenze settarie delle ultime settimane nello stato occidentale di Rakhine, che hanno causato almeno 50 morti.
La Signora ha poi toccato il tema della presenza di numerosi detenuti politici nonostante la liberazione di centinaia di essi – anche di primo piano – negli ultimi mesi.
“Anche un solo prigioniero di coscienza è un prigioniero di troppo”, ha detto, esortando il mondo a non dimenticare quelli meno famosi ancora dietro le sbarre e chiedendo “un loro rilascio incondizionato anticipato”.
Il premio Nobel si è successivamente soffermato sulla condizione e le speranze degli oltre 100 mila rifugiati e due milioni di lavoratori birmani in Thailandia, da lei incontrati due settimane fa in un viaggio nel Paese (il primo all’estero dal 1988). Incoraggiando la creazione di un mondo “senza sfollati, senzatetto e persone che hanno perso la speranza”, Suu Kyi ha denunciato una “stanchezza della compassione” che sta causando il calo delle donazioni internazionali verso le varie organizzazioni che assistono rifugiati e lavoratori birmani sfruttati. Ed è tornata sull’invito già rivolto nei giorni scorsi per “investimenti etici” nel Paese, confermando il suo beneplacito alla sospensione delle sanzioni occidentali.
Il ritiro del Nobel rappresenta il picco simbolico del viaggio di Aung San Suu Ky in Europa, dove si tratterrà fino al 30 giugno. Avendo già visitato la Svizzera, dopo la Norvegia Suu Kyi volerà in Irlanda, dove lunedì ritirerà un’altra onorificenza conferitale da Amnesty International e parteciperà a un concerto degli U2. In Gran Bretagna visiterà Oxford (dove ha studiato) e Londra, parlando di fronte a entrambe le Camere.
Il viaggio si concluderà in Francia. Pochi giorni dopo, il 4 luglio, a Naypyidaw parteciperà alla prima vera sessione operativa del Parlamento birmano da quando è stata eletta in aprile, completando una parabola impensabile quando fu premiata col Nobel.

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