
“A Nisida? In ‘copp a muntgn’…no, no io non la porto”
E' cominciata così la mattinata con il tassista che si è rifiutato di accompagnarmi all’Istituto di pena minorile di Nisida. Isola vicina alla città e pur così lontana. Era tempo che volevo visitare l’istituto di pena, ma un paio di volte avevo perso la giusta occasione.
Stamattina, però, ero determinata. Ho contrattato la corsa con un altro tassista e arrampicandomi “in copp’ a muntagn’”, tra il mare arricciato al vento di Libeccio e il verde di una natura lontana dalla città , sono arrivata al centro studi dell’istituto, dove si presentava “Nisida, donne e colori”, lo spot realizzato nell'ambito delle attività del Marano Ragazzi Spot Festival dalle ragazze del IIS "Levi" e L.Sc. "Segrè" di Marano di Napoli con le ragazze dell'Ipm di Nisida.
Quando arrivo il direttore, Gianluca Guida, in giacca e cravatta, sta sistemando le ultime sedie. Le ragazze sono pronte, emozionate, chiacchierine. In un angolo don Luigi Ciottti, con un’agenda, dove prende appunti. In prima fila sono seduti i familiari delle vittime innocenti di criminalità. Anima, cuore e forza di questa esperienza è Alessandra Clemente, la figlia di
Silvia Ruotolo.
Saluti, presentazioni… mi perdo un po’. Cerco uno spazio mio e mi sistemo su una sedia con Ipad e macchina fotografica. Parte lo spot proiettato su una parete bianca. Un video di tre minuti sull’ingiustizia. La prima scritta che appare è: “Qui Nisida...si può fare”. Le 14 ragazze degli istituti superiori e dell’istituto di pena danzano sul muro a piedi scalzi davanti al grande mosaico colorato realizzato nell’istituto, l’aquilone su cui sono scritti i nomi delle vittime innocenti di mafia, nomi che raccontano un’ingiustizia. Piedi scalzi, ragazze che ballano, scialli, nodi, cielo. E le storie di Angelica Maria, Elena, Francesa, Patricia, Sabina, Emma, Chiara, Marika, Ottavia, Maria, Giacinta, Elisa, Pina, Silvia.. .e di Ignazio e Rosario, per parlare di una nuova giustizia, di un grande sogno senza eroi...
Una voce fuori campo mormora e quasi canta: “…di questa ballata faccio parte anche io. Non pensavo di trovare qui la felicità, la consapevolezza, il no all’ingiustizia, l’amicizia. Chi ha messo il cuore, chi la forza...molti nomi non li conoscevamo....”.
E poi tocca alle ragazze, tocca a loro raccontarsi. E le loro parole semplici e dirette sono pizzichi al cuore.
“Abbiamo cominciato questa esperienza immaginando di avere un barattolo dove mettere sentimenti e idee- racconta una ragazza - Tutti ci crediamo fragili, ebbene io voglio che la forza che esce dal mio barattolo possa entrare nel barattolo di tutte le altre, perché veramente si possono cambiare le cose...o almeno noi ci proviamo”. E un’altra: “Nisida per me è come una casa delle farfalle...qui abbiamo capito poche cose, ma importanti”. E ancora: “Più' procedi verso l'orizzonte più questo si allontana, ma camminare insieme verso l'orizzonte ci ha fatto danzare con lui...ci siamo fidate, ci siamo affidate, anche grazie ad Alessandra. All’angolo sinistro delle labbra, Ale ha una cicatrice, che ricorda il suo dolore, ma dall’angolo sinistro delle sue labbra si apre anche un sorriso che esprime tutta la sua forza”.
E il video si conclude con la voce di Veronica e un testo scritto da Tiziana: “Siamo ragazze in viaggio sulla zattera rotonda, in viaggio verso l'orizzonte”.
Si riaccendono le luci. Il filmato è terminato. Nessuno parla. Ancora una volta sono le ragazze a farsi avanti.
Nina: “All’inizio eravamo spaventate. Eravamo tutte donne e temevamo che non funzionasse, avevamo paura di non essere capite, però, al primo incontro, è bastato un saluto per capire che non c'era niente di diverso. Abbiamo pianto e abbiamo riso. La casa non è dove possiamo dormire o il tetto, che abbiamo sulla testa, la casa è avere accanto chi ci vuole bene. E questo non deve essere negato a nessuno, né alle vittime, né a chi commette errori. La prima giornata è stata la giornata dell'unione”.
Alessandra: “L’idea dello spot è nata per trovare un modo per stare insieme, non avevamo le idee chiare”.
Un’altra ragazza: “Quei nomi scritti sulle mattonelle colorate dell’aquilone mi hanno rubato gli occhi”
Piano pianto le voci si alternano. Tocca ai parenti delle vittime. “Io cerco l’amore”, dice Angela Procaccini, la mamma di
Simonetta Lamberti. Lo stesso amore che cercano Enza Pettirossi, mamma del giovane Dario Scherillo, ucciso il 6 dicembre 2004, durante la faida di Scampia perché scambiato per un appartenente al clan degli scissionisti, Maria Scamardella, sorella di Palma, Veronica figlia di Gaetano Montanino.
La voce di questo progetto è una voce di dolore e di memoria. “Per la strage di terrorismo del treno 904 nell'84, qualcuno a tavolino ha deciso che dovevano saltare in aria- racconta
Enza Napoletano - A un metro e mezzo dal punto dove è scoppiata la bomba c’erano i miei due ragazzi di 10 e 12 anni. Quello che allora aveva 12 anni è stato ridotto in fin di vita, adesso è grande ed è diventato un giornalista, ma si porterà sempre addosso un senso di ingiustizia. Continuerà ogni giorno a ripetersi: ‘perché a me?’. Io sono riuscita a perdonare. Chi ha messo quella bomba era probabilmente un ragazzo, forse non conoscente. I miei figli purtroppo non riescono a perdonare e questo mi addolora, perché vivere sempre con questo peso nel cuore....non li fa vivere bene. Il mio cammino è quello per cercare di fargli capire che il perdono li potrà fa stare più in pace con se stessi”. E Bruno Vallefuoco, papà di Alberto, un ragazzo ucciso 13 anni fa, trucidato con due coetanei per uno scambio di persona : “ Vengo a Nisida dal 2008. Perché ci vengo? Perché il dolore non poteva essere unico modo per ricordare, la sofferenza doveva servire al altro, doveva far sì che le cose potessero cambiare. Sono venuto a Nisida alla ricerca del perché. Quando al processo ai killer di mio figlio il giudice lesse la sentenza che in primo grado condannava tutti all'ergastolo mia moglie è svenuta, in quel momento ho capito che non serviva a niente soffrire e basta. Allora sono venuto a Nisida per capire le scelte fatte dall'altra parte. E qui ho capito che non ci sono vittime e carnefici. Ho conosciuto tantissimi ragazzi che se avessero avuto delle prospettive diverse forse non avrebbero fatto quelle scelte...e forse non ci sarebbero state tante vittime da una parte o dall'altra...vittime consapevoli...e vittime inconsapevoli. Se ci sono tanti ragazzi qui a Nisida forse è anche per colpa delle scelte sbagliate di noi adulti. Siamo tutti responsabili di quello che ci sta attorno”.
Scrivo veloce sull’Ipad le parole di Bruno e mi tremano le dita, mi trema il cuore. Fuori c’è il sole. Ma la luce che c’è in questa stanza mi invade, mi rivolta le pieghe dell’anima, quelle dimenticate, quelle che rimangono sempre aggrinzite, lì più infondo.
Tocca al direttore: “Aiutateci, perché Nisida sia qualcosa di diverso e non solo un carcere”. A Chiudere Don Luigi Ciotti: “Credo che l’immagine più vera che dobbiamo portarci via da questa mattinata sia il silenzio, il silenzio delle ragazze di fronte all'arcobaleno con tutti quei nomi. Io c'ero quel giorno, quando insieme, abbiamo tirato giù il telone e ci è preso un nodo dentro di noi, perché quei nomi non possono essere scritti solo su quell'arcobaleno, ma nelle nostre coscienze, perché se non sono scritti nelle nostre coscienze, non ci sarà mai cambiamento. Libera nasce con una donna a cui hanno ucciso il figlio, aveva solo 23 anni ed era un poliziotto. Il figlio di questa donna un giorno che non era in servizio (perché aveva ottenuto pochi giorni di vacanza per stare con la sua ragazza), volontariamente decise di scortare il suo commissario. Siamo in Sicilia, qui avevano già ucciso il commissario Montana e volontariamente
Roberto Antiochia scortò
Ninni Cassarà. Morirono entrambi. La mamma di Roberto, Saveria, un giorno mi disse: ‘Quando uccidono un figlio sparano anche su di te, a me hanno sparato il sei agosto 1985’. Oggi io dico quei proiettili li hanno sparati anche su di noi. Allora la cicatrice di Alessandra e il suo sorriso, il silenzio di quei nomi...sono anche nostri Ho sentito dire da una di voi "quei nomi ci rubano gli occhi", allora vi prego, facciamo in modo che la camorra non ci rubi la vita, perché la camorra ci sta rubando la vita, l'illegalità' ci sta rubando la vita, la corruzione pubblica ci sta rubando la vita. Le donne, proprio le donne, sono la punta più avanzata del risveglio al contrasto all’illegalità. Le donne stanno reagendo anche nei contesti più difficili. In loro non c’è solo la volontà di cambiare campo, ma la voglia di ritrovare la vita e la dignità... di riprendersi quello che la mafia ha rubato a loro e alle loro famiglie. Dobbiamo saper trasformare le paure in speranze. La democrazia si fonda su due doni, la giustizia e la dignità umana. Ma la democrazia non sarà mai in piedi se non c'è una parola, che non deve essere solo detta, ma vissuta: la responsabilità. Noi lo gridiamo e lo chiediamo allo Stato, ma assumiamoci la nostra. Quelle cicatrici devono essere anche nostre, quei proiettili hanno colpito anche noi. La sicurezza nasce dall'inclusione e questo lo dico alla politica. La speranza vuol dire opportunità. Il miglior modo di fare memoria è impegnarci di più tutti”.
Esco dalla sala e vado via da Nisida. Mi riaccompagna in città don Tonino Palmese. Esco dall’istituto minorile e mi sento prigioniera, dopo essermi sentita libera, ascoltando le parole delle ragazze e di don Ciotti. Il mare intorno a Nisida si è calmato. E i colori della città sono più intensi, nuovi. Piccole cicatrici attraversano la mia strada e almeno oggi, o soprattutto oggi, non mi fanno paura.