Anna Maria Scarfò, l'ultimo affronto


Alla prima udienza, una settimana fa, erano in 23. Lunedì, alle seconda udienza, erano in sessanta. In una piccola aula della provincia calabrese, a Cinquefrondi, sezione distaccata del Tribunale di Palmi, sessanta persone, silenziose, sono accorse per dare il sostegno morale a Anna Maria Scarfò, la ragazzina di San Martino di Taurianova che ha avuto il coraggio di denunciare prima il branco, che l’ha violentata per tre anni, e poi il suo paese che l’ha minacciata di morte. Semplici cittadini, associazioni, donne si mobilitano per rompere il silenzio che per tredici anni ha avvolto la vita di una coraggiosa, giovane, donna calabrese.

L’attenzione sul processo però spaventa la difesa. A sorpresa, quattro dei 16 imputati presentano al giudice una istanza di remissione del processo sostenendo che la "pressione mediatica sulla vicenda non consentirebbe una serena decisione del giudice monocratico di Cinquefrondi". Il giudice, Giuseppe Ramondino, sospende il processo e manda gli atti alla Corte di Cassazione. Non può fare altro. Ma ora il rischio è alto. L’equilibrio tra omertà e verità è precario. Per la prima volta il silenzio è stato rotto. Le regole non scritte sono state sovvertite. Nell’aula del tribunale non ci sono solo i parenti degli imputati, ma c’è anche qualcuno accanto ad Anna Maria Scarfò, che oggi ha 26 anni e vive in una località protetta. È la prima donna a cui lo Stato ha riconosciuto la protezione per la legge sullo stalking.

Anna Maria Scarfò a 13 anni viene violentata dal branco, dai ragazzi bene del suo paese, San Martino di Taurianova, in provincia di Reggio. Prova a denunciare subito la violenza al prete del paese, ma non riceve aiuto. Da quel giorno Anna Maria subisce le violenze in silenzio. Quando il branco le chiede di portare ai loro incontri, anche la sorella più piccola, la ragazzina (che all’epoca ha 16 anni) denuncia tutto. E si trova per la seconda volta sola. Una parte del paese si tira fuori dalla vicenda, l’altra accusa Anna Maria. È colpa sua. Lei ha provocato gli uomini. Lei è la "puttana", la "malanova", la portatrice di disgrazie. Minacce di morte, affronti personali, il cane ammazzato, i panni del bucato insozzati di sangue nella notte, le telefonate anonime. La famiglia di Anna Maria Scarfò si barrica in casa. La ragazza trova aiuto solo in un avvocato, Rosalba Sciarrone, che denuncia le molestie e le persecuzioni in un fitto fascicolo. Prima interviene il questore di Reggio, poi lo Stato. Ad Anna Maria Scarfò viene accordata la scorta. E l’estate scorsa la ragazza lascia la Calabria e va a vivere in una località protetta. Una parte dei suoi stupratori (chi ha scelto il rito abbreviato) è stata condannata con pene definitive, altri sono stati condannati in primo grado.

Due settimane fa comincia il processo nella sezione distaccata di Cinquefrondi contro chi ha minacciato e perseguitato Anna Maria Scarfò, dopo la denuncia. Sedici gli imputati. Tra questi anche tre dei suoi stupratori. E alcune associazioni calabresi, capofila Natalia Filianoti, della Fondazione Giovanni Filianoti, lanciano via Facebook e Twitter un appello: "Stringiamoci attorno a Anna Maria Scarfò, per non farla sentire sola di fronte al branco e di fronte a quei concittadini che l’hanno maltrattata". L’appello viene raccolto da associazioni della piana di Gioia Tauro, di Reggio, di Catania, di Napoli, l’Udi costituisce un coordinamento del Sud (Reggio Calabria, Catania, Napoli). E Anna Maria per la prima volta non è sola. Alla decisione di sospendere il processo Anna Maria Scarfò scoppia a piangere. Sconcerto tra le associazioni. A reagire è il legale della Scarfò, Rosalba Sciarrone: "Oggi è una giornata di vittoria. L’istanza è infondata e per la prima volta abbiamo rotto il silenzio e questo fa paura".


Oggi su Repubblica, pagina 24

ergastolo per i killer di Petru

Carcere a vita per gli assassini del musicista della metro. Il pm Michele Del Prete ha chiesto oggi la condanna all'ergastolo per Marco Ricci e Maurizio e Salvatore Forte, imputati dell'omicidio del romeno Petru Birlandeanu. Petru nel maggio del 2009 fu colpito da un proiettile vagante mentre si trovava nel quartiere di Montesanto e si accasciò, filmato dalle telecamere di sicurezza, nella stazione della Cumana, tra el braccia della moglie.
Secondo l'accusa, Ricci e i due Forte, cugini tra loro, facevano parte del gruppo di otto killer che, partiti dal quartiere di Ponticelli, dove era ancora egemone il clan Sarno, scorrazzarono sparando per le strade di Montesanto in segno di disprezzo nei confronti del boss rivale Marco Mariano, da poco scarcerato.
Il processo è in corso davanti alla terza corte d'assise, presieduta da Carlo Spagna.

anna maria scarfò, chi ha paura di rompere il silenzio

La loro forza era nel silenzio. E nel silenzio vogliono far ripiombare Anna Maria Scarfò. Hanno paura della solidarietà, hanno paura che il meccanismo dell’omertà, della violenza, della sopraffazione venga spezzato.

Hanno chiesto di spostare il processo in un tribunale diverso da quello di Cinquefrondi, quattro dei sedici imputati accusati di minacce e ingiurie nei confronti di Anna Maria Scarfò, la ragazza di 25 anni che dopo aver denunciato e fatto condannare i sei aguzzini che la violentarono a 13 anni ora vive in una località protetta per la legge sullo stalking (prima donna in Italia).
Nel processo sono imputate sedici persone, tutti familiari delle sei persone che violentarono la ragazza, le quali avrebbero perseguitato la ragazza ingiuriandola e minacciandola perché aveva deciso di denunciare le violenze sessuali subite in un casolare di campagna nella frazione di San Martino a Taurianova (Reggio Calabria).
Nell'udienza di oggi pomeriggio quattro imputati hanno presentato una istanza di remissione del processo sostenendo che "la pressione mediatica sulla vicenda non consentirebbe una serena decisione del giudice monocratico di Cinquefrondi".
La pressione mediatica di cui parlano i 4 imputati sono le donne gli uomini delle associazioni calabresi e siciliane, dell’Udi di Reggio, di Catania e di Napoli, che da due udienze affiancano Anna Maria Scarfò. Presenze silenziose tra i banchi del pubblico. Uomini e donne che hanno scelto di andare in quell’aula, per dire con il loro corpo, con lo sguardo, impegnando il loro tempo: «Anna Maria non sei più sola».
E’ questa solidarietà che ora fa paura.
Il giudice, non aveva alternativa, ha sospeso il processo in attesa che la Corte di Cassazione decida sull'istanza degli imputati.
Ci vorrà almeno un mese.
Ora però è il momento di svolta. Ora è il momento del faccia a faccia tra il silenzio e la verità. La storia di Anna Maria può tornare a perdersi nelle silenziose e sperdute aule di tribunale, nella provincia calabrese, o può diventare la storia di tutti noi.



QUI, l'appello delle associazioni per non lasciare sola Anna Maria Scarfò.
QUI, la storia di Anna Maria Scarfò.

l'omicidio di lea garofalo non è un omicidio di n'drangheta

"Mi prendo le mie responsabilità per l'imputazione, capisco la parte civile, ma la serietà mi impone di non contestare l'aggravante". Così il pm della Dda milanese Marcello Tatangelo, che rappresenta l'accusa nel processo per l'omicidio di Lea Garofalo ( la donna calabrese che venne sequestrata a Milano e poi sciolta in 50 chili di acido dall'ex compagno, un affiliato alla 'ndrangheta, per punirla per la sua collaborazione con la giustizia) decide di non contestare agli imputati l'aggravante dell'aver agito con modalità mafiose.

Era stata la sorella di Lea, nell'udienza di mercoledì scorso, a chiedere con forza di inserire l'aggravante mafiosa nel capo di imputazione a carico di Carlo Cosco, ex compagno di Lea, e di altre 5 persone ritenute vicine a una cosca della 'ndrangheta del Crotonese (tutte imputate a vario titolo per il sequestro e l'omicidio della donna, davanti ai giudici della prima Corte d'Assise di Milano.

L'avvocato Roberto d'Ippolito, che assiste la sorella Marisa Garofalo e Santina Miletta, la madre, parti civili assieme alla giovane figlia Denise (rappresentata da un altro legale), nella memoria inviata al pm scrive che non c'è "dubbio alcuno in ordine al fatto che tutti i reati addebitati agli odierni imputati siano stati commessi con modalità d'azione di stampo mafioso e con il preciso scopo di agevolare l'attività di un'associazione di tipo mafioso, segnatamente della cosca di 'ndrangheta di Petilia Policastro.
Risulta, si legge ancora, "ormai ampiamente e solidamente riscontrato che Carlo Cosco non aveva perdonato la decisione di Lea Garofalo di rompere il muro di omertà e di rivelare all'Autorità Giudiziaria i particolari di alcuni delitti di cui ella risultava essere a conoscenza, se non altro perchè avevano coinvolto la sua stessa famiglia". L'idea del clan comunque, come ha raccontato anche un pentito, "era di farlo passare come un delitto passionale". Tuttavia, scrive il legale, "la connotazione mafiosa dell'omicidio risulta significativamente prevalente rispetto a quella emotivo-passionale dell"amante abbandonatò, inserendosi in un freddo e lucido calcolo diretto ad assicurarsi un futuro all'interno dell'organizzazione".

sdisonorate


La prima è Emanuela Sansone, ammazzata a Palermo nel 1896. Aveva solo 17 anni. L'ultima è Maria Concetta Cacciola, indotta dalla sua famiglia al suicidio la scorsa estate in Calabria. In mezzo decine e decine di nomi, e di storie e di donne ammazzate dalla criminalità, per sbaglio, punizione, paura, cultura... per imporre loro il silenzio. L'elenco comincia con le tante morti in Sicilia, negli anni 80 la Calabria diventa protagonista, negli anni '90 i lutti sono quelli campani, qui e là (e non troppo raramente) le morti ingiuste in Puglia, qualcuna anche nel centro nord. E' solo un elenco, nome data della morte, una breve scheda. Eppure mentre lo leggi ti gira la testa. Ma quante sono? Quali assurdi motivi, folli moventi, incredibili casualità dietro le loro morti.
In questo elenco anche il nome di Armida Miserere. E mai posto fu più giusto.

Nell'introduzione Celeste Costantino scrive: "Non ci interessa con questo dossier fare l’apologia della figura femminile nelle terre di mafie. Anzi non sfugge a nessuna di noi come negli anni si sia rafforzato il ruolo delle donne all’interno della criminalità organizzata. Il nostro obiettivo in questo caso non è la descrizione di una parte del sistema, ma è per un verso la necessità di restituire dignità a delle donne dimenticate e per l’altro di svelare il falso mito del “codice d’onore” delle cosche. daSud da anni dedica parte della sua attività al recupero della memoria delle vittime e al rovesciamento di verità apparentemente immutabili. Ci sembrava fosse necessario su questi nomi offrire oltre che le storie anche una nostra interpretazione, offrire uno svelamento a tanta ipocrisia e omertà che le circonda . A loro, e a tutte le donne che invece continuano a fare antimafia, dedichiamo questa ricerca".

E' "SDISONORATE": 100 pagine, con interviste, articoli di giornale contributi. Nessuna tentazione narrativa, solo la cronaca e la storia. Le ricerche di “Sdisonorate” sono di Irene Cortese, la cura è stata di Cortese, Sara Di Bella e Cinzia Paolillo. Ai testi hanno collaborato Angela Ammirati, Danila Cotroneo e Laura Triumbari. A queste donne e a Da sud, grazie per questo lavoro, che diventerà un volume di riferimento, ne sono sicura.



* foto di SERGIO CEGLIO

donne: napoli-meghalaya

Leggendo in pausa pranzo.

Il Mattino:

A Napoli, di fatto, l’articolo 18 è già abolito: se sei donna e rimani incinta, ti licenziano. Nel solo 2009 è toccato a ben 457 lavoratrici, in città e provincia, doversi dimettere «per maternità». E i sindacati fanno sapere che la cifra è destinata a salire, cosa confermata dallo stesso Istat: in tutto il Sud il 30% delle donne si è licenziato nell’anno e mezzo che segue la nascita di un bambino. Ma si tratta di licenziamenti mascherati: molti padroni, infatti, alla consegna della lettera di assunzione ne fanno firmare un’altra in cui la lavoratrice si dimette. Lettera che viene poi conservata per essere tirata fuori se la donna resta incinta o se risulta sgradita all’imprenditore. Una legge, la 188 del 2007, aveva cancellato questa pratica. Ma il governo Berlusconi l’ha di fatto reintrodotta.


E Il Venerdì di Repubblica ;">In Meghalaya, nell'India nordorientale, sono gli uomini a scendere in piazza per rivendicare il proprio diritto alla parità. In questa porzione di terra tra Bangladesh e Assam, il sesso (cosidetto) forte è quello femminile. Nella società meghalayana, organizzata secondo il principio matrilineare, beni e responsabilità familiari passano, generazione dopo generazione, di madre in figlia".

E' di questi giorni la notizia che la Rai fa marcia indietro e annulla la clausola anti gravidanza. E però quella clausola c'era.
Non andiamo lontano a cercare ingiustizie, fermiamoci, guardiamoci intorno, osserviamo quello che accade sul nostro posto di lavoro, a scuola, all'università.... in strada.

dopo otto anni Anna Maria Scarfò...non è più sola

INSIEME PER ANNA MARIA"
RIAPPROPRIAMOCI DELLA NOSTRA TERRA CON UN GESTO DI CIVILTA'

Cari amici,
lunedì 20 febbraio 2012, alle ore 9:00, presso la sezione distaccata del Tribunale di Palmi, a Cinquefrondi (RC), si terrà l'udienza per discutere la causa di uno dei processi partiti dalle denunce di Anna Maria Scarfò.
Anna Maria aveva 13 anni quando un branco di "belve" ha iniziato ad abusare di lei, con violenze di ogni genere, nel paesino in cui è nata e cresciuta, San Martino di Taurianova. Le violenze sono proseguite per due anni, finchè Anna non ha trovato il coraggio di denunciare, spinta dall'amore verso la sorellina, su cui il branco aveva deciso di accanirsi di lì a poco.
Appena quindicenne, dunque, Anna Maria ha iniziato la sua battaglia per riappropriarsi della sua vita. E l'ha iniziata da sola e contro tutti: contro i suoi stupratori, ma anche contro il suo paese, che l'ha emarginata e giudicata e condannata, anzichè riconoscerne il coraggio e starle vicina. Come fosse lei la colpevole. Come fosse una "malanova" da tenere lontana...
Quella vicinanza ora vorremmo regalargliela noi. Partendo da una presenza fisica in aula lunedì mattina e stringendoci attorno a lei, per non farla sentire sola di fronte al branco e di fronte a quei concittadini che l'hanno maltrattata. Sarebbe un bel gesto di civiltà della parte pulita della nostra società e, insieme, un segnale forte proprio nei confronti della parte marcia, l'unica che andrebbe veramente e definitivamente emarginata e allontanata.
Da dieci anni Anna Maria combatte la sua lotta ed è riuscita a far condannare, con sentenza definitiva in rito abbreviato, sei dei suoi dodici stupratori. Per gli altri sei è in corso il processo d'appello con rito ordinario (in primo grado sono stati condannati anche loro). Inoltre è riuscita a fare ammonire una decina di persone per stalking.
Le "belve" e i loro "sostenitori" hanno ucciso l'adolescenza e la giovinezza di questa ragazza sfortunata e coraggiosa, ma non la sua dignità e la sua forza.
Due anni fa Anna Maria è stata però costretta a "scappare" da San Martino, ad abbandonare la sua terra a causa delle minacce e persecuzioni che continua a subire dalla "sua" gente.. Vive in località protetta, in una terra che non le appartiene, lontana dai suoi affetti, estirpata dalle sue radici per la sola colpa di essersi ribellata all'ingiustizia, alla violenza, a una mentalità mafiosa e retrograda che troppo spesso al Sud prende il sopravvento su tutto il resto.
Noi tutti abbiamo il dovere di agire, di ribellarci, di resistere contro il destino di migrazione ed emarginazione cui sembra condannato chi, in questo territorio, vuole vivere secondo giustizia, onestà, correttezza, legalità.
Aiutare Anna Maria a riprendersi la sua vita significa aiutare i calabresi onesti a riprendersi la loro terra. A far capire, alle "belve" di ogni tempo e spazio e a chi le protegge e sostiene, che le vere "malanove" sono proprio loro e che sono loro a dover essere estirpate, come una gramigna che rovina i raccolti.
Porsi al fianco di Anna Maria significa porsi al fianco di tutte quelle donne che rivendicano il diritto di vivere e di non subire. Non solo in Calabria.
Significa far sentire loro che non sono sole.
Significa premiare il coraggio della denuncia e invogliare altre persone a non tacere.
Incontriamoci, dunque, lunedì mattina a Cinquefrondi.
Mai più casi come quello di Anna Maria, mai più casi come quello di Maria Concetta Cacciola, mai più silenzio e connivenza.

Fondazione "Giovanni Filianoti"
Associazione Antimafie “Rita Atria”

Aderiscono:
Le Siciliane – Casablanca
Libera – Reggio Calabria
Comitato "Se non ora quando?" – Reggio Calabria
Le autrici di "Non è un paese per donne"
Comitato "Se non ora quando?" Tirreno - Salentino - Pollino
Associazione "Jineca" Reggio Calabria
Stopndrangheta.it

Nisida, le donne...i colori

“A Nisida? In ‘copp a muntgn’…no, no io non la porto”
E' cominciata così la mattinata con il tassista che si è rifiutato di accompagnarmi all’Istituto di pena minorile di Nisida. Isola vicina alla città e pur così lontana. Era tempo che volevo visitare l’istituto di pena, ma un paio di volte avevo perso la giusta occasione.
Stamattina, però, ero determinata. Ho contrattato la corsa con un altro tassista e arrampicandomi “in copp’ a muntagn’”, tra il mare arricciato al vento di Libeccio e il verde di una natura lontana dalla città , sono arrivata al centro studi dell’istituto, dove si presentava “Nisida, donne e colori”, lo spot realizzato nell'ambito delle attività del Marano Ragazzi Spot Festival dalle ragazze del IIS "Levi" e L.Sc. "Segrè" di Marano di Napoli con le ragazze dell'Ipm di Nisida.
Quando arrivo il direttore, Gianluca Guida, in giacca e cravatta, sta sistemando le ultime sedie. Le ragazze sono pronte, emozionate, chiacchierine. In un angolo don Luigi Ciottti, con un’agenda, dove prende appunti. In prima fila sono seduti i familiari delle vittime innocenti di criminalità. Anima, cuore e forza di questa esperienza è Alessandra Clemente, la figlia di Silvia Ruotolo.
Saluti, presentazioni… mi perdo un po’. Cerco uno spazio mio e mi sistemo su una sedia con Ipad e macchina fotografica. Parte lo spot proiettato su una parete bianca. Un video di tre minuti sull’ingiustizia. La prima scritta che appare è: “Qui Nisida...si può fare”. Le 14 ragazze degli istituti superiori e dell’istituto di pena danzano sul muro a piedi scalzi davanti al grande mosaico colorato realizzato nell’istituto, l’aquilone su cui sono scritti i nomi delle vittime innocenti di mafia, nomi che raccontano un’ingiustizia. Piedi scalzi, ragazze che ballano, scialli, nodi, cielo. E le storie di Angelica Maria, Elena, Francesa, Patricia, Sabina, Emma, Chiara, Marika, Ottavia, Maria, Giacinta, Elisa, Pina, Silvia.. .e di Ignazio e Rosario, per parlare di una nuova giustizia, di un grande sogno senza eroi...
Una voce fuori campo mormora e quasi canta: “…di questa ballata faccio parte anche io. Non pensavo di trovare qui la felicità, la consapevolezza, il no all’ingiustizia, l’amicizia. Chi ha messo il cuore, chi la forza...molti nomi non li conoscevamo....”.
E poi tocca alle ragazze, tocca a loro raccontarsi. E le loro parole semplici e dirette sono pizzichi al cuore.
“Abbiamo cominciato questa esperienza immaginando di avere un barattolo dove mettere sentimenti e idee- racconta una ragazza - Tutti ci crediamo fragili, ebbene io voglio che la forza che esce dal mio barattolo possa entrare nel barattolo di tutte le altre, perché veramente si possono cambiare le cose...o almeno noi ci proviamo”. E un’altra: “Nisida per me è come una casa delle farfalle...qui abbiamo capito poche cose, ma importanti”. E ancora: “Più' procedi verso l'orizzonte più questo si allontana, ma camminare insieme verso l'orizzonte ci ha fatto danzare con lui...ci siamo fidate, ci siamo affidate, anche grazie ad Alessandra. All’angolo sinistro delle labbra, Ale ha una cicatrice, che ricorda il suo dolore, ma dall’angolo sinistro delle sue labbra si apre anche un sorriso che esprime tutta la sua forza”.
E il video si conclude con la voce di Veronica e un testo scritto da Tiziana: “Siamo ragazze in viaggio sulla zattera rotonda, in viaggio verso l'orizzonte”.
Si riaccendono le luci. Il filmato è terminato. Nessuno parla. Ancora una volta sono le ragazze a farsi avanti.
Nina: “All’inizio eravamo spaventate. Eravamo tutte donne e temevamo che non funzionasse, avevamo paura di non essere capite, però, al primo incontro, è bastato un saluto per capire che non c'era niente di diverso. Abbiamo pianto e abbiamo riso. La casa non è dove possiamo dormire o il tetto, che abbiamo sulla testa, la casa è avere accanto chi ci vuole bene. E questo non deve essere negato a nessuno, né alle vittime, né a chi commette errori. La prima giornata è stata la giornata dell'unione”.
Alessandra: “L’idea dello spot è nata per trovare un modo per stare insieme, non avevamo le idee chiare”.
Un’altra ragazza: “Quei nomi scritti sulle mattonelle colorate dell’aquilone mi hanno rubato gli occhi”
Piano pianto le voci si alternano. Tocca ai parenti delle vittime. “Io cerco l’amore”, dice Angela Procaccini, la mamma di Simonetta Lamberti. Lo stesso amore che cercano Enza Pettirossi, mamma del giovane Dario Scherillo, ucciso il 6 dicembre 2004, durante la faida di Scampia perché scambiato per un appartenente al clan degli scissionisti, Maria Scamardella, sorella di Palma, Veronica figlia di Gaetano Montanino.
La voce di questo progetto è una voce di dolore e di memoria. “Per la strage di terrorismo del treno 904 nell'84, qualcuno a tavolino ha deciso che dovevano saltare in aria- racconta Enza Napoletano - A un metro e mezzo dal punto dove è scoppiata la bomba c’erano i miei due ragazzi di 10 e 12 anni. Quello che allora aveva 12 anni è stato ridotto in fin di vita, adesso è grande ed è diventato un giornalista, ma si porterà sempre addosso un senso di ingiustizia. Continuerà ogni giorno a ripetersi: ‘perché a me?’. Io sono riuscita a perdonare. Chi ha messo quella bomba era probabilmente un ragazzo, forse non conoscente. I miei figli purtroppo non riescono a perdonare e questo mi addolora, perché vivere sempre con questo peso nel cuore....non li fa vivere bene. Il mio cammino è quello per cercare di fargli capire che il perdono li potrà fa stare più in pace con se stessi”. E Bruno Vallefuoco, papà di Alberto, un ragazzo ucciso 13 anni fa, trucidato con due coetanei per uno scambio di persona : “ Vengo a Nisida dal 2008. Perché ci vengo? Perché il dolore non poteva essere unico modo per ricordare, la sofferenza doveva servire al altro, doveva far sì che le cose potessero cambiare. Sono venuto a Nisida alla ricerca del perché. Quando al processo ai killer di mio figlio il giudice lesse la sentenza che in primo grado condannava tutti all'ergastolo mia moglie è svenuta, in quel momento ho capito che non serviva a niente soffrire e basta. Allora sono venuto a Nisida per capire le scelte fatte dall'altra parte. E qui ho capito che non ci sono vittime e carnefici. Ho conosciuto tantissimi ragazzi che se avessero avuto delle prospettive diverse forse non avrebbero fatto quelle scelte...e forse non ci sarebbero state tante vittime da una parte o dall'altra...vittime consapevoli...e vittime inconsapevoli. Se ci sono tanti ragazzi qui a Nisida forse è anche per colpa delle scelte sbagliate di noi adulti. Siamo tutti responsabili di quello che ci sta attorno”.
Scrivo veloce sull’Ipad le parole di Bruno e mi tremano le dita, mi trema il cuore. Fuori c’è il sole. Ma la luce che c’è in questa stanza mi invade, mi rivolta le pieghe dell’anima, quelle dimenticate, quelle che rimangono sempre aggrinzite, lì più infondo.
Tocca al direttore: “Aiutateci, perché Nisida sia qualcosa di diverso e non solo un carcere”. A Chiudere Don Luigi Ciotti: “Credo che l’immagine più vera che dobbiamo portarci via da questa mattinata sia il silenzio, il silenzio delle ragazze di fronte all'arcobaleno con tutti quei nomi. Io c'ero quel giorno, quando insieme, abbiamo tirato giù il telone e ci è preso un nodo dentro di noi, perché quei nomi non possono essere scritti solo su quell'arcobaleno, ma nelle nostre coscienze, perché se non sono scritti nelle nostre coscienze, non ci sarà mai cambiamento. Libera nasce con una donna a cui hanno ucciso il figlio, aveva solo 23 anni ed era un poliziotto. Il figlio di questa donna un giorno che non era in servizio (perché aveva ottenuto pochi giorni di vacanza per stare con la sua ragazza), volontariamente decise di scortare il suo commissario. Siamo in Sicilia, qui avevano già ucciso il commissario Montana e volontariamente Roberto Antiochia scortò Ninni Cassarà. Morirono entrambi. La mamma di Roberto, Saveria, un giorno mi disse: ‘Quando uccidono un figlio sparano anche su di te, a me hanno sparato il sei agosto 1985’. Oggi io dico quei proiettili li hanno sparati anche su di noi. Allora la cicatrice di Alessandra e il suo sorriso, il silenzio di quei nomi...sono anche nostri Ho sentito dire da una di voi "quei nomi ci rubano gli occhi", allora vi prego, facciamo in modo che la camorra non ci rubi la vita, perché la camorra ci sta rubando la vita, l'illegalità' ci sta rubando la vita, la corruzione pubblica ci sta rubando la vita. Le donne, proprio le donne, sono la punta più avanzata del risveglio al contrasto all’illegalità. Le donne stanno reagendo anche nei contesti più difficili. In loro non c’è solo la volontà di cambiare campo, ma la voglia di ritrovare la vita e la dignità... di riprendersi quello che la mafia ha rubato a loro e alle loro famiglie. Dobbiamo saper trasformare le paure in speranze. La democrazia si fonda su due doni, la giustizia e la dignità umana. Ma la democrazia non sarà mai in piedi se non c'è una parola, che non deve essere solo detta, ma vissuta: la responsabilità. Noi lo gridiamo e lo chiediamo allo Stato, ma assumiamoci la nostra. Quelle cicatrici devono essere anche nostre, quei proiettili hanno colpito anche noi. La sicurezza nasce dall'inclusione e questo lo dico alla politica. La speranza vuol dire opportunità. Il miglior modo di fare memoria è impegnarci di più tutti”.

Esco dalla sala e vado via da Nisida. Mi riaccompagna in città don Tonino Palmese. Esco dall’istituto minorile e mi sento prigioniera, dopo essermi sentita libera, ascoltando le parole delle ragazze e di don Ciotti. Il mare intorno a Nisida si è calmato. E i colori della città sono più intensi, nuovi. Piccole cicatrici attraversano la mia strada e almeno oggi, o soprattutto oggi, non mi fanno paura.

la libertà nell'acido muriatico

“Non so da dove si inizia e non trovo le parole a giustificare questo mio gesto. Mamma tu sei mamma e solo tu puoi capire, un o una figlia.. so il dolore che ti sto provocando, e spiegandoti tutto almeno ti darai una spiegazione a tutto… non volevo lasciarti senza dirti niente. Quante volte volevo parlare con te e per non darti un dolore non riuscivo. Mascheravo tutto il dolore e lo giravo in aggressività, e purtroppo non potevo sfogarmi e me la prendevo con la persona che volevo più bene.. eri tu e per questo ti affido i miei figli dove non c’è l’ho fatta io so che puoi inc… ma di un’unica cosa ti supplico, non fare l’errore mio… a loro dai una vita migliore di quella che ho avuto io, a 13 anni sposata per avere un po’ di libertà… credevo potessi tutto, invece mi sono rovinata la vita perché non mi amava né l’amo, e tu lo sai. Ti supplico non fare l’errore a loro che hai fatto con me… dagli i suoi spazi… se la chiudi è facile sbagliare, perchè si sentono prigionieri di tutto. Dagli quello che non hai dato a me. Ora non ce la faccio a continuare più voglio solo dirti di perdonarmi mamma della vergogna che ti provoco ma pian piano mi sono resa conto che in fondo sono sola, sola con tutti e tutto non volevo il lusso, non volevo i soldi.. era la serenità l’amore, che si prova, quando fai un sacrificio ma avere le soddisfazioni a me la vita non ha dato nulla che solo dolore, e la cosa più bella sono i miei figli che li porterò nel mio cuore, li lascio con dolore, un dolore, che nessuno mi ricompensa. Non abbatterti perché non lo farai capire ai miei figli datti forza per loro, non darglieli a suo padre non è degno di loro,stagli vicino ad (…nome del minore cancellato…) perché in fondo è stato sfortunato ne ha subito da piccolo.. è per questo ha il carattere in quel modo, le femminucce so che ti sentono e per questo sto tranquilla ma bada lui di più.. è più debole. Io vivrò finché Dio mi lascia ma voglio capire come si può trovare la pace in me stessa. Mamma perdonami ti prego ti chiedo perdono di tutto il male che ti sto provocando. Ti dico solo che dove andrò avrò la pace non mi cercate perché vi mettono nei casini. E non voglio arrivare dove sono arrivati gli altri, per stare in pace. Ora non riesco a parlare più so solo io quello e come la sto scrivendo ma non potevo lasciarti senza dirti e darti un saluto, so che non ti abbraccerò ne ti vedrò ma negli occhi ho solo te e i miei figli. Ti voglio bene.. mamma abbraccia i miei figli come hai sempre fatto e parlagli di me non lasciarli a loro non sono degni di loro di nessuno. Mamma Addio e Perdonami, Perdonami se puoi. So che non ti vedrò Mai perché questa sarà la volontà del Onore, che ha la famiglia per questo che avete perso una figlia Addio ti vorrò sempre bene Perdonami ti chiedo perdono. Addio


Questa è la lettera inviata da Maria Concetta Cacciola alla madre nel maggio del 2011, poco prima di abbandonare per la prima volta la casa paterna e cominciare a collaborare con la giustizia.
Maria Concetta Cacciola era una testimone di giustizia. Maria Concetta Cacciola aveva 31 anni. Maria Concetta Cacciola si è ribellata alla sua famiglia e alla 'ndrangheta. Maria Concetta Cacciola il 20 agosto dell'anno scorso ha buttato giù una bottiglia di acido e si è tolta la vita. Ma non è stato un suicidio. E' stato un omicidio.
Stamattina Michele e Giuseppe Cacciola, padre e fratello della donna, e la madre Anna Rosalba Lazzaro, sono stati arrestati. L'accusa della Procura di Palmi è : "istigazione al suicidio".
Il gip di Palmi, Fulvio Accurso, nell'ordinanza di custodia cautelare scrive: "Se le pagine del processo che saranno a breve esaminate non fotografassero una realtà brutale e soffocante, si potrebbe credere di leggere l'appassionante scenografia di un film, nella quale una giovane donna di soli 31 anni, madre di tre figli e costretta a vivere una vita che non le appartiene, decide in un anonimo pomeriggio di fine estate di togliersi la vita, ingerendo acido muriatico, nella disperata illusione di poter riacquistare la tanta sognata libertà".

gennaio 2012, l'incubo del sedano

"NO, il sedano no. Non avete il sedano!????". La signora in pelliccia e scarponcini da neve (a Napoli le temperature sono abbondantemente sopra lo zero) si dispera davanti al banco frigo del supermercato. Gli scaffali sono vuoti. Un'altra volta. "E' un incubo", dice un signore anziano.
Una settimana fa Napoli è rimasta isolata per la rivolta dei forconi. Per cinque giorni, tra chi ha fatto scorta in casa per un mese di pane e pasta e le strade bloccate, fare la spesa è diventata un'impresa di guerra. Ricordo solo il mio acquisto al fruttivendolo di due melanzane e un chilo di pomodori a 9 euro e ottanta centesimi.
Ma passata la rivolta sembrava tutto tornato normale. Tutte le comodità acquisite della nostra società occidentale, con il sedano fresco anche il sabato sera o la mozzarella di bufala addirittura la domenica mattina sulle nostre tavole. E, invece, arriva il grande freddo, il gelo siberiano, e i trasporti si bloccano di nuovo, e gli scaffali tornano vuoti. Torna "l'incubo". E la grande distribuzione si blocca, non riesce a reagire.
Allora, senza sedano si sopravvive. Mi dispiace per la signora, ma magari se faceva due passi in più, tutti i piccoli negozi di quartiere, sono sempre riforniti. Ma, se nel 2012 a gennaio le strade si bloccano per la neve...questo non lo trovo così normale. Mi viene in mente il cartone animato della Pixar, Wall-e. Ve lo ricordate?
Gli uomini ormai diventati grassi e abituati a ogni tipo di lusso sull’astronave Axiom non riescono più a fare nulla (neanche ad amarsi).Non sanno più come affrontare e risolvere un imprevisto. La loro vita è perfettamente programmata e organizzata, in modo tale che tutto funzioni al meglio. E se qualcosa si incepa...è il panico.
Siamo arrivati a questo punto? Siamo molto vicini a questo?
Ebbene la grande distribuzione (esempio perfetto del nostro vivere oggi) è il primo segnale: bloccata nel giro di due settimane per eventi più o meno improvvisi, ma non certo catastrofici. E’ bastato pochissimo per svuotare gli scaffali e magari poi per propinare subito dopo al consumatore merce vecchia!
Insomma appena uno dei meccanismi perfetti della nostra società si blocca, vuoi per una rivolta, vuoi per la neve a gennaio (!) per noi diventa un incubo. L’incubo del sedano.
Fuggiamo da Axiom.

#OccupyScampia, ecco cosa è successo


Ma il giornalismo esiste ancora? Che confini ha? Qual è il limite?
Basta solo un titolo che funziona? Basta un cinguettio?

Andiamo con ordine. Sono giorni che in redazione, a Repubblica Napoli, discutiamo del “caso Scampia”.
Vado con ordine. Un ordine temporale, per arrivare alla notizia. Procedo al contrario. Ma devo cercare di essere chiara e per farlo devo ricostruire come è andata.
Circa dieci giorni fa il “Mattino” riprende un allarme lanciato dai Verdi e urla in prima pagina: “Allarme criminalità, coprifuoco a Chiaia”. Chiaia è uno dei quartieri bene di Napoli. La notizia viene subito smentita dal presidente della Municipalità, dai residenti, dai commercianti e finisce nel dimenticatoio. Qualche giorno di pausa. Ma il titolo del coprifuoco piace, funziona, apre il dibattito. Qualcuno direbbe : “È giornalistico”. Ed ecco che il “Mattino” ci riprova. Andata male a Chiaia, quartiere chic, il coprifuoco si sposta a Scampia, quartiere di frontiera. E questa volta funziona davvero. L’articolo viene ripreso dal popolo di Twitter e da Facebook, la notizia, si moltiplica, si ingigantisce, diventa vera. C’è chi si preoccupa, chi si indigna, chi reagisce.
Pina Picierno, deputato Pd in prima linea sul fronte della lotta alla camorra, istintivamente digita il suo cinguettio: "Facciamogli capire che Scampia non è cosa loro #OccupyScampia". Pochi minuti e l’hashtag #OccupyScampia dilaga. Giornalisti, cittadini, operatori sociali lo rilanciano. Tutti hanno voglia di fare qualcosa, di non rimanere in silenzio.
Siamo a due giorni fa.
La sera stessa in un comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, il sindaco il prefetto, polizia e carabinieri valutano la situazione. La conclusione è: “La situazione è tesa, l’allerta deve essere massima, ma non c’è nessun coprifuoco”. Lo stesso, presidente di Confcommercio Napoli, Pietro Russo chiarisce: «Il coprifuoco sta diventando un falso problema, un evento mediatico più che un fatto reale. Al momento non c’è nulla, i commercianti non hanno denunciato alcuna intimidazione. Il vero problema è la mancanza di sicurezza in quella zona, la desertificazione commerciale, la vendita di droga». Le associazioni che tutti i giorni lavorano nel quartiere si ribellano. Sono i ragazzi del Gridas, del Mammut, del Centro Hurtado, delle parrocchie...sono i comitati di cittadini. Tutti, come il sindaco, il prefetto, le forze dell’ordine negano il coprifuoco. Critici anche fondatori di "(R) esistenza Anticamorra". «A Scampia non c’è nessun coprifuoco. La notizia è stata amplificata e diffusa in modo improprio sui social network», scrive Ciro Corona presidente di "(R) esistenza Anticamorra. Ma il titolo che funziona, quello sul coprifuoco, ormai cammina su gambe proprie. E poi c’è un fattore: l’omertà. A Scampia la gente ha paura di denunciare. Ed ecco che interviene da New York Roberto Saviano. Ma attenzione Saviano scrive: «Accade che un ordine dato da un clan imponga il coprifuoco e che il resto del Paese quasi non se ne accorga», ma nel suo pezzo descrive non l’oggi, ma una mentalità, quella criminale e quella della paura, quella che mette in moto in genere questi meccanismi. Per lui una cosa è davvero importante: «Sarebbe bello se questo governo trovasse il modo di esserci, se le luci non si spegnessero per riaccendersi solo quando è troppo tardi. Solo quando si spara e si uccide molto. Solo quando torna la guerra, la solita guerra a sud». È il silenzio il timore di Saviano, non il presunto coprifuoco. Ma è il titolo che comanda, non l’articolo.
Ed ecco che la notizia del coprifuoco diventa incontrollabile. È diventata vera, perché è vera non a Scampia, ma sui Socialnetwork.
Il popolo di Twitter in 48 ore organizza una manifestazione a Scampia: #OccupyScampia. Appuntamento per oggi, in piazza Giovanni Paolo II.
Per cercare di fermare l’eco dei cinguettii scende in campo anche il prefetto di Napoli, che chiede al questore: “Mi accompagni a Scampia? Non ci sono mai stato?”. Sono le otto di ieri sera e parte la delegazione. Il prefetto si ferma in corso Secondigliano (per la cronaca i negozi sono tutti aperti), mangia i taralli scaldati e parla con i negozianti, che gli denunciano problemi gravi come la sicurezza, il controllo del territorio da parte dei clan, lo spaccio della droga, qualcuno sussurra anche accuse più gravi come il racket, ma tutti negano il coprifuoco. «Tanto qui se si spara, si spara a qualsiasi ora. È una guerra, ma non ha bisogno del buio», dice un negoziante.
Nella notte scattano i controlli a tappeto in tutta l’area da parte di polizia e carabinieri. Finisce in manette anche l’ennesimo attore di Gomorra (Salvatore Russo, quello che nel film di Matteo Garrone, impersonava il boss che chiedeva al ragazzino la prova di coraggio come rito di affiliazione). E l’arresto di un attore di Gomorra vale molto di più che un semplice arresto di uno spacciatore, almeno per i titoli dei giornali.
Arrivo finalmente ad oggi. Oggi era il grande giorno della manifestazione. Il popolo di Twitter doveva uscire dalla realtà virtuale ed entrare in quella reale, con la manifestazione. Forte e intelligente anche il proposito dei promotori: «Un’occupazione simbolica per dare il via a un’agenzia di stampa permanente, che dia notizie dal territorio utilizzando tutti i mezzi di comunicazione, tv, socialnetwork, giornali, per aiutare chi vive e opera quotidianamente nel quartiere e per mantenere ferma su Scampia lattenzione delle istituzioni».

Ma il grande giorno è diventato anche il giorno della verità, quello della realtà.

Tanti giornalisti, diversi esponenti politici anche di livello nazionale, poca gente del posto. Si presenta così piazza Giovanni Paolo II, dove è in corso 'OccupyScampia',
scrive l’Agi alle 19.19.

La notizia del coprifuoco, dell’occupazione di Scampia erano vere solo nel mondo dei media. E in piazza oggi, appunto, c’erano solo i media, i politici (immancabili dove c’è una telecamera) e i pochi ragazzi che su Twitter ci avevano creduto davvero. Vuoi il maltempo e il freddo, vuoi i tempi brevi per l'organizzazione, ma la manifestazione nata nello spazio virtuale, nella realtà è stata un flop. Anzi una vetrina mediatica che si è infranta su chi (senza pensarci troppo e con il pizzico di vanità che la rete non nega a nessuno) l'ha fatta nascere.

Alla fine ho due domande?
1) Su Scampia calerà il silenzio fino alla prossima faida o al prossimo titolo azzeccato?
2) Qual è il rapporto tra la comunicazione globale e la comunicazione giornalistica?
E una risposta: Twitter è velocità, democrazia, potenza. Ma i giornalisti hanno un’arma in più: hanno il loro tablet per catturare i cinguettii della rete, ma possono andare sui luoghi e capire quello che accade. È quello che abbiamo cercato di fare nella mia redazione, nel mio giornale, cercando di non farci travolgere dall’onda della rete. Ma paradossalmente eravamo una voce isolata.


Ah, se qualcuno è curioso di sapere quello che sta succedendo (davvero) a Scampia riporto uno stralcio del pezzo che ha scritto oggi, la mia collega di nera. Fatti. Non titoli.
“A Scampia non si spara dall´ottobre scorso. Un periodo di tempo, per l´area delle faide di camorra, estremamente lungo. E gli ultimi cinque morti ammazzati nell´ambito di una presumibile - ma smentita dall´Antimafia - nuova guerra di camorra sono stati tutti uccisi a Melito, il territorio rifugio del clan Amato-Pagano, quelli che venivano chiamati "scissionisti" durante la faida dei cinquantasette morti tra il 2004 e il 2005. Nessun coprifuoco, negozi aperti fino alle otto di sera come negli altri quartieri di Napoli. Più che altro un inquietante silenzio, se messo sullo sfondo di un nuovo scenario criminale: quello di una possibile, quasi inimmaginabile, nuova alleanza.
È il terzo scenario, il terzo polo. Che vedrebbe insieme - ci lavorano gli investigatori ma è ancora presto per avere risultati concreti - i Di Lauro (perdenti nella prima faida), gli scissionisti che hanno abbandonato il cartello degli Amato-Pagano (e che erano i primi scissionisti dal clan Di Lauro) e il cosiddetto "ago della bilancia", il gruppo di Vanella Grassa, che con le sue scelte - e il suo nutrito arsenale - può decidere chi è il più forte a Napoli Nord.
La fotografia di Scampia sul fronte camorra diventa così, giorno dopo giorno, più complicata. Si riparte dalle parole del procuratore Alessandro Pennasilico all´indomani del quinto morto ammazzato di Melito datato 2012: «Sono delitti molto preoccupanti, ma appartengono alla riorganizzazione della cosca dovuta ad arresti eccellenti». I giorni trascorsi senza un solo colpo di pistola confermano questa pista”.



n.b. La foto è presa dal web e firmata da Luciano Ferrara.

perchè no...dopo tre anni

Ho sempre avuto un’attrazione per quei libri di poche pagine che all’interno racchiudono grandi contenuti, pertanto, se da naufrago mi aggiro negli scaffali di una libreria alternativa e mi trovo dinanzi ad una copertina accattivante, con i suoi bei colori e una veste grafica ricercata, una casa editrice che è sinonimo di serietà e avanguardia, un titolo intrigante, e per finire una scrittrice che è anche una gran bella donna… resto senza nuove scelte e procedo subito all’acquisto. Eccovi spiegato come il libro di Cristina Zagaria è finito nelle mie mani con quasi tre anni di ritardo, ma in compenso Perché no, l’ho letto e riletto fra sabato e domenica.
E sono stato subito costretto a rileggerlo, perché le sue cento pagine me le sono bevute in un sorso e non ho avuto il piacere di godere appieno di tutti quei meravigliosi particolari che lo fanno un libro eccellente, insieme alla sua costruzione, semplice e concatenata al tempo stesso.


Il romanzo è ispirato da un fatto di cronaca realmente accaduto nei vicoli di Napoli (una maestra di scuola elementare è rapinata per strada da due suoi ex alunni) e tutto parte intorno alle otto di mattina, quando Daniele, un ragazzino di tredici anni del rione Sanità, decide di marinare la scuola insieme al suo coetaneo Francesco, perché devono fare una cosa importante. Devono diventare ommini. Uomini! A tredici anni. E per far questo devono compiere una rapina perché Mario ha garantito a Francesco che se il colpo va bene, ci presenta gli amici di suo padre, ci fa entrare nel sistema e cominceremo ad avere dei compiti. All’inizio poca roba, ma saremo leali, affidabili e presenti, sarà tutto in discesa. Lui dice che è un bene cominciare quando si ha la nostra età. Sono due i vantaggi. Per la legge non siamo adulti, quindi abbiamo molte più libertà e ai grandi serviamo. E poi perché, quando arrivi a diciotto anni, hai già una carriera, un curriculum, non sei l’ultimo arrivato.
Da contro altare a queste figure negative c’è la vittima, la maestra Adriana, con un marito in cassa integrazione nello stabilimento Fiat di Pomigliano D’Arco ed un padre allettato a causa di una malattia incurabile. Una vita, la sua, fatta di lavoro, affetti sinceri e sacrifici.
Perché no, è un racconto verista, dove si respira l’odore della povertà e il sapore delle espressioni dialettali, travolti da un ritmo narrativo dettagliato e intenso dato proprio dalla brevità del racconto. L’azione stessa si compie in una sola giornata, anzi, in meno delle canoniche 24 ore e questo fa aumentare di molto il pathos della lettura.
Perché no, non è solo un semplice romanzo di denunzia sociale sulla delinquenza minorile di Napoli, non è solo la storia di una rapina andata a male, ma è una radiografia completa e impietosa del malessere di una città, narrata senza alcun taglio giornalistico e soprattutto senza alcuna retorica, senza alcun canone stereotipato, senza la solita mercificazione dei problemi partenopei. Solo la storia, nuda e cruda, che ti colpisce dritta al cuore o se preferite al cervello. Che ti lascia partecipare senza aver drammatizzato il racconto, perché tutto è la lucida fotografia non del singolo fatto, non di una sola città, ma di un popolo intero, perché Napoli siamo tutti noi.
Noi non possiamo essere indifferenti a questa tragedia giornaliera e la scrittrice ci fa vivere il nostro disinteresse trasportandoci come personaggi all’interno della storia, ora come “una donna che stava uscendo da un fioraio, che rientra dentro”. Oppure “Poco più avanti” come “una coppia di anziani che rimane ferma sulla soglia del portone. Né dentro né fuori”. Ora “Sull’altro marciapiede” dove “vedo due signore affrettare il passo”.Oppure su “Uno scooter” che “passa a cinque centimetri da noi”. “C’è gente in giro che cammina accanto a lei”.
Indifferenza.
E peggio ancora è quando la Zagaria ci fa partecipi del dramma come “il fioraio” che “si volta e scompare nel negozio”. Oppure come “la coppia di anziani che finalmente si muove dalla soglia del portone e s’incammina verso la scuola, con la testa alta e lo sguardo fisso in avanti”.
La noncuranza signori. Ma riflettete bene su questa noncuranza. Se volete chiamatela pure indifferenza, disinteresse, insensibilità, ma non scordate che questa cosa non vive solo a Napoli.
Per finire leggo dalla biografia di Cristina Zagaria che non è napoletana, e non posso fare a meno di complimentarmi con lei, per come ha fatto parlare le strade di Napoli e soprattutto per come i suoi odori si sono trasformati in schiaffi.
Brava.


La recensione è uscita oggi sul blog Trillerpage a firma di Ivo Tiberio Ginevra.
Bè dopo tre anni...sentire vivere una propria piccola storia è un'emozione. Grazie. E sempre Grazie a Perdisa Pop, che a modo suo sa sempre fare delle magie.

addio a Wislawa Szymborska


Qui giace come virgola antiquata
l'autrice di qualche poesia. La terra l'ha degnata
dell'eterno riposo, sebbene la defunta
dai gruppi letterari stesse ben distante.
E anche sulla tomba di meglio non c'è niente
di queste poche rime, d'un gufo e la bardana.
Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,
e sulla sorte di Szymborska medita un istante
.

Wisława Szymborska, Epitaffio, in "Sale" 1962.


Wislawa Szymborska, la poetessa polacca Premio Nobel per la letteratura nel 1996 ( "per la precisione ironica", era scritto nelle motivazioni, "con cui ha illuminato frammenti della realtà umana nel suo contesto storico e ideologico"), è morta all'età di 88 anni. Lo ha reso noto il suo assistente personale. La Szymborska è morta nella sua casa di Cracovia, in Polonia meridionale, "tranquillamente, nel sonno"

prokleta, la maledetta


Malanova arriva in Cecoslovacchia.