Ho cominciato a leggere questo libro in treno, l’ho finito su un traghetto diretto verso un’isola e, appena terminata l’ultima pagina, l’ho perso. Ho perso l’oggetto, il volume, il libello.
Mi sono rimaste le sensazioni, il piacere della lettura, le riflessioni e qualche appunto preso al volo sull’Ipad.
È “La penultima fine del mondo” di Elvira Seminara, edito da Nottetempo.
La prima cosa che mi è rimasta del libro che si è dissolto nel nulla una volta terminata la lettura è una domanda: Sei viva?
Essere vivi cosa significa?
E soprattutto morire che significa: perdere tutto o diventare finalmente liberi, ammazzare pregiudizi, convenzioni, limiti, paure, tabù?
“Cosa cambiava se eri morto davvero, pigiato nell’urna decorata, o eri vivo ad aspettare la morte, a parlare con i morti?” si chiede la Seminara.
Come viviamo. Quale è l’intensità della nostra vita?  Ho continuato a ripetermi pagina dopo pagina.
Nel piccolo paese (un paese qualunque, con la farmacia, la chiesa, il bar) sull’isola, la gente senza volerlo comincia a morire. Gli abitanti si lanciano nel vuoto. Nessuno ha un motivo per uccidersi, tutti nel momento in cui si lanciano nel vuoto sorridono, “inneggiando alla libertà di morte e al suicidio,
strumenti di lotta individuale contro la tirannia del mercato e il potere dell’industria,  che ci vogliono vivi per consumare, visto che i morti non comprano nulla,  si firmavano Silvia Plath, David Foster Wallace, Dorothy Parker e Philip Roth,  che in effetti non si era suicidato nemmeno una volta,  ma viste le sue paranoie pareva un valido candidato.”
Il mondo raccontato dalla Seminara “era diviso così, i trapassati e i superstiti. E superstiti non è come dire cittadini, persone, abitanti. I superstiti sanno sempre che la morte li ha visti in faccia, sa dove abiti o ti nascondi. E se ti ha risparmiato – fino a quel momento – le sei comunque debitore”. È un mondo dove la notte diventa un privilegio, perché mette “tutti insieme, i morti e i vivi, angeli e demoni”
Un mondo che alletta e attira come miele la stampa, anche quella internazionale, che si lancia sul fenomeno  (“Il contagio mediatico è un virus”). Un mondo, terribilmente vicino al nostro, in cui vengono organizzati convegni, si producono t-shirt e gadget con una pala di fico d’India listata a lutto, perché i morti possono diventare un morboso business, se ben sfruttati. Un mondo in cui si ha paura di tutto e tutto diventa possibile se diviene “collettivo”. Un mondo in cui la paura diventa leva e motore. Un mondo in cui il volto si piega in un sorriso quando si sceglie di non vivere più e finalmente di osare, di provare a essere se stessi.
Il libro comincia come un noir, diventa un pamphlet ironico e irridente e si chiude su se stesso come una lirica metafisica.
La Seminara non dà risposte e forse non le cerca neanche. Con una scrittura pulita e asciutta in cui le parole vengono accostate con un ardire insolito e asciutto (quasi fossero una collana o una borsa realizzata con materiali di riciclo lontanissimi tra loro, ma perfetti l’uno accanto all’altro) sembra correre e aprire porte. Lei le vuole aprire, vuole vedere cosa c’è dall’altra parte e vuole mostrarlo a lettore. Moderna Alice non deve trovare la porta giusta per il mondo delle meraviglie, né bere pozioni magiche. Lei vuole solo andare avanti e sentirsi libera di poterlo fare, in un mondo dove “gli alberi hanno dolore, le pietre hanno dolore, l’erba selvatica sui gradini si piega per il dolore”  e il paese odora di acqua marcia e di muffa e soffoca. Un mondo dove si aggirano cani randagi come metallo e angeli zoppi come Margherita, in cui l’amore diventa paura di sentirsi liberi. Un mondo in cui però è possibile andare “al di là della rete”  e trovare un’orchestrina che canta i Beatles davanti alle poste e il cielo di quando c’è il cielo.

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