Nelle redazioni in cui ho lavorato sono sempre stata la più giovane. Ma ormai sono 15 anni che faccio questo lavoro. E diciamo che sono “anziana”, o quanto meno non “più di primo pelo”. E se qualcuno mi facesse a bruciapelo la domanda «Cosa significa fare il giornalista?» credo che oggi risponderei «scrivere pensando a domani».

I giornali sono soffocati dalla notizia “ora e subito”. Bisogna fare lo scoop, bisogna osare più di tutti, bisogna essere spregiudicati e avere pelo sullo stomaco. Io in 15 anni il pelo sullo stomaco non me lo sono mai fatto. Continuo a emozionarmi, a commuovermi e soprattutto a pensare: «Se scrivo questa cosa che conseguenze causo?».

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Uno dei miei maestri a Repubblica Bologna, quando ero davvero una ragazzina mi ripeteva sempre. «Quando qualcuno ti dà una notizia, chiediti perché? Non ti far mai strumentalizzare». E mi diceva un’altra cosa: «Non è importante quello che scrivi oggi, ma cosa accade domani grazie o per colpa di quello che hai scritto».

Ecco, per la prima volta mi sento vecchia, e mi rendo conto che scrivo «per quello che accadrà domani». Scrivo, come diceva Angelo Agostini: «Per capire cosa è successo, per riportare tutte le voci, per mettere il lettore nelle migliori condizioni di farsi un’idea di quello che è accaduto». Scrivo per raccontare, perché grazie al mio articolo qualcosa cambi, per far emergere i silenzi, perché la città in cui vivo migliori, perché le persone che mi affidano la loro storia hanno fiducia in me.

Non spargo fango, non alimento veleni, non mi faccio strumentalizzare.
Avrò meno notizie, farò meno scoop oggi, ma domani, domani saprò di aver fatto bene il mio lavoro.

Riflessioni in un pomeriggio in cui ho letto giornali che non mi sono piaciuti.

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