recensioni miserere

LA RINASCITA DELLA SINISTRA (17 aprile 2008)
“E’ un volume di impetuosa attualità perché parla di carceri. Ma è soprattutto il ritratto di Armida Miserere, una donna chiamata a dirigere un primo istituto di pena a Parma, e poi un altro e poi un atro ancora, sempre più importanti. Tra i detenuti a lei affidati, terroristi e mafiosi, criminali veri, anche Michele Sindona, il capo dei capi Totò Riina e Vincenzo Curcio. Miserere è la donna del lavoro estenuante, delle regole non perché dure, semplicemente perché regole, del rigore, delle missioni impossibili o soltanto Miserere è una servitrice dello Stato. Una dicitura forte, tanto più se rapportata ad una fetta di società riservata a lungo solo agli uomini, per molti sconosciuta, forse evitata, dai più concepita in maniera estremamente superficiale. E’ così che si è spalancata una porta su quel mondo di violenza, di sentimenti vissuti e repressi di speranze e rassegnazione, ma soprattutto di un grande, inconsueto spirito di servizio ad una causa grande, la causa dello Stato e del carcere concepito non come luogo di tortura, ma luogo di recupero e riabilitazione per i detenuti. E’ proprio questa la scommessa di una donna ricca di buoni propositi, forte, venuta da un tradizionalissimo paesino del sud, una donna che sceglie questa missione per riscattare un papà tanto amato quanto incompreso proprio dall’ignoranza miserevole di quella sua gente…, una donna che pensa ad un carcere che non sia duro con i deboli e debolissimo con i forti. Un linguaggio semplice quello di Miserere e diretto tanto nei rapporti professionali quanto di fronte alle fragilità della sua vita. Già, la sua vita! Era bella Armida Miserere e tremendamente innamorata quando il suo compagno Umberto Mormile, educatore dell’istituto di pena di Opera, assassinato per mano della mafia perché indisponibile a sottostare alle regole che la mafia stessa anche in carcere voleva imporre. Da quel momento la sua vita sarà segnata per sempre, fino a portarla al suicidio il 19 aprile del 2003 quando era direttrice del carcere di Sulmona. Dopo di lui forse Armida non era morta, non era guarita, vivacchiava e fumava, quanto fumava. Non stava né bene né male, non era né felice né infelice, non aveva più speranze né futuro, solo passato e dolore. Non ha vinto, non ha perso è solo sopravvissuta. Se la gente volava, lei volava comunque più in basso, ha provato ad amarsi, ad uccidersi e rinascere, ma pazza andava in giro per la vita chiedendo: ‘chi vuole comprare un’anima’. E questa sua anima l’aveva venduta ad altri uomini, uno in particolare, dopo dieci lunghi anni dalla morte di Umberto, in fondo aveva bisogno di un uomo, non di amore né di un compagno, ci faceva l’amore, se poteva chiamarsi amore. Ancora un’altra delusione, anche questo suo misterioso P… Questa vita però non è fatta per l’amore, la vita del carcere non è fatta per l’amore. E’ così che dal suo testamento spirituale leggiamo che Armida Miserere ha visto semplicemente deflorate dal carcere le sue speranze. Al carcere ci arrivò con la speranza di poter incidere sugli uomini e sulle istituzioni, ma poi così non fu. Il carcere è una mina vagante, anche il più tranquillo perché nel carcere trovano sfogo le frustrazioni dei carcerieri e dei carcerati insieme. Armida Miserere se n’è andata con l’amarezza di essere stata disonorata dalla vita… se n’è andata per la rabbia di essere quello che è, per non essersi piegata, neanche alle lusinghe di questa nostra vita”. Vincenzo Calò

PRISMA (marzo 2008)
“L’autrice ricostruisce la vita di Armida Miserere, direttrice di diverse carceri italiane, morta suicida nel 2003. Da questa biografia, emerge una personalità forte, segnata dal dolore per la morte del compagno, assassinato nel 1990”.

MAGAZINE.IT (ottobre 2007)
“Il libro di Cristina Zagaria ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’ (Dario Flaccovio Editore) racconta la storia di Armida Miserere, una delle prime direttrici delle carceri peggiori d’Italia, tra cui Voghera luogo di detenzione delle terroriste ‘irriducibili’, Pianosa in mezzo a boss mafiosi, l’Ucciardone a Palermo poi San Vittore a Milano e infine a Sulmona. Armida Miserere è una donna dalla personalità complessa e contraddittoria, dietro la corazza di donna dura grazie alla quale le affibbiano soprannomi quali ‘il colonnello’, ‘fimmina bestia’ nasconde un animo fragile e profondamente femminile. Ogni carcere è per lei una sfida, una lotta che la rende ancora più dura, più rigida e più sicura di sé. Il suo animo fragile e femminile è protetto dall’amore di suo marito, Umberto Mormile, educatore carcerario, ucciso in un agguato di camorra a Milano nel 1990. L’omicidio del marito la segna profondamente fino a farla giungere all’atto estremo del suicidio nell’aprile 2003. ‘Miserere’ è un libro intenso, la narrazione di una storia vera dove il romanzo e la cronaca si fondono per rendere giustizia al personaggio di Armida, una donna sempre in prima linea a favore della giustizia”. Simona Fiore

IL SECOLO XIX (18 settembre 2007)
“Ha alzato le quote rosa del noir, Cristina Zagaria… lei il noir lo vive tutti i giorni come giornalista di cronaca nera (ora sta lavorando per Repubblica nel difficile ambiente di Napoli) e le capita spesso di rimanere emotivamente coinvolta di fronte a donne tanto duramente provate dal destino. Il personaggio di Armida Miserere, la protagonista del suo romanzo è dunque attinto dalla cronaca”. Gabriella Molli

L’INFORMATORE (28 maggio 2007)
“Armida Miserere e Cristina Zagaria potrebbero avere poco in comune. La prima era una giovane, dura, direttrice di carcere, ‘il colonnello’ come la chiamavano tutti, una donna in divisa, capello corto e calibro nove in cintura. La seconda è una giovane giornalista di Repubblica che ha scritto un libro proprio su Armida. Eppure qualcosa che le accomuna c’è. Entrambe hanno deciso di fare un lavoro da uomini: direttrice di carcere la prima, giornalista di nera la seconda. Forse è proprio per questa similitudine che Cristina è riuscita ad entrare nella vita di Armida, e a farla rivivere nelle pagine dense, dure di ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’. Armida era nota per la grande forza d’animo: nel corso della sua carriera, era stata più volte inviata dal ministero della Giustizia a risolvere situazioni particolari in istituti di pena ‘difficili’, tra cui i penitenziari dell’Ucciardone, di San Vittore, Spoleto, nonché nel carcere di Torino Le Vallette, dopo la rocambolesca fuga dell’ergastolano Vincenzo Curcio. Una carriera che termina a Sulmona, dove il 19 aprile 2003 decide di spararsi un colpo in testa. Una donna che fa un mestiere da uomini. ‘Ho deciso di scrivere questo libro – ha detto Cristina – perché mi hanno colpito i titoli sparati in prima pagina: ‘si è uccisa la donna di ferro’ volevo capire cosa c’era dietro. Sono andata a parlare con Edmondo, il fratello e con gli amici più intimi'”. Selvaggia Bovani

VITA (27 luglio 2007)
“Miserere è Armida Miserere. Dura: ‘Per me il carcere deve essere un carcere e i detenuti devono fare il loro mestiere. Io non faccio il direttore del Jolly Hotel, ma dirigo un luogo di condanna per efferati delitti’, si legge sulla quarta di copertina. E’ fumatrice incallita. L’ultima sigaretta l’accende il 19 aprile 2003, pochi istanti prima di togliersi la vita con un colpo di pistola alla testa. La Miserere dirigeva il carcere di Sulmona, il ‘carcere dei suicidi’. La storia che racconta Cristina Zagaria, giornalista di cronaca nera di Repubblica, parte da Parma il primo febbraio 1984 quando Armida, figlia di un militare, assume la carica di vicedirettore del carcere emiliano. Poi ci sarà Voghera, con le irriducibili del terrorismo, Pianosa fra i boss mafiosi e l’Ucciardone, prima dell’ultima destinazione abruzzese. In mezzo anche la storia d’amore con Umberto, educatore del carcere di Opera, morto assassinato nel 1990. Otto colpi di pistola. ‘Un avvertimento’, spiegarono gli inquirenti.” Sara De Carli

NUOVO MOLISE OGGI (2 agosto 2007)
“Sta avendo un grande successo ‘Miserere’, il libro di Cristina Zagaria, giornalista de La Repubblica, che ha ripercorso gli ultimi venti anni di vita di Armida Miserere, il direttore del carcere di Sulmona suicida nel giorno di venerdì santo del 2003”. Marco Masciantonio

LEGGERE TUTTI (agosto 2007)
“Armida Miserere era direttrice di carcere con la fama da dura: a Parma, a Voghera, Pianosa, all’Ucciardone, poi a Sulmona dove il 19 aprile 2003 decide di spararsi un colpo in testa. Questo libro scava nella sua vita e nella vita carceraria svelando i retroscena di un’esistenza vissuta al massimo della tensione”.

CORRIERE DELLE ALPI (14 agosto 2007)
“L’autrice, giornalista specializzata in cronaca nera, racconta la drammatica storia di armida Miserere, direttrice di carcere con la fama di ‘dura’, svelando i retroscena di un’esistenza sempre vissuta al massimo della tensione, con una vasta quanto interessante panoramica sulla quotidianità del mondo carcerario”.

RADIO 24(4 agosto 2007)
Cristina Zagaria ha parlato con Roberto Galullodel suo romanzo “Miserere. Vita e morte di Armida Miserere” nel corso del programma “Guardie o ladri” di Radio 24, in onda il 4 agosto.

GUIDA AI LIBRI (gennaio-febbraio 2007)
“Là dove l’isolamento morale e psicologico è più duro, e dove la violenza diventa insopportabile, muoiono anche i rappresentanti dello Stato, che non solo si sentono isolati, ma anche abbandonati. Come racconta il lucido e bellissimo libro di Cristina Zagaria (giornalista giudiziaria de La Repubblica) ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’ edito da Dario Flaccovio, se la situazione di separazione è soprattutto quella emotiva, allora il carcere spezza gli affetti, indurisce gli animi oltre ogni limite, falcia anche coloro che, cercando un modus operandi che sia il più efficace possibile, mettono la propria esistenza al servizio di un ambiente che è fuori da ogni norma. La vita e la morte di Armida Miserere ne sono l’emblema. Le situazioni carcerarie non sono tutte uguali, la statistica dei decessi per suicidio parla chiaro. Quello di Sulmona, di cui Armida Miserere era la direttrice, detiene il record. La logica della violenza è sempre perdente. Se poi la prigione è su un’isola, la separazione è al quadrato, il luogo è coercitivo ‘per natura’. Qui è ancora più facile cancellare la speranza che esiste una via d’uscita”. Roberta Lepri

SCRITTURE/BLOG/KATAWEB.IT/FRANCESCAMAZZUCCATO (14/06/2007)
“Armida Miserere è una bella donna che fa un mestiere inventato per il genere maschile: il carceriere. Più esattamente, Armida Miserere era una direttrice di carcere, ma in questa frase la declinazione del verbo essere al passato sta con tutto il suo peso; perché Armida Miserere ‘era’, non è più. La sua storia, che comincia dall’inizio, che si lancia all’indietro vuol dire una storia da leggere, anzi da divorare per vivere completamente quella che la protagonista, agli “esordi” del suo lavoro così maschile, così inusuale, pensa sia una missione. La Miserere, originaria di Casacalenda, quel paesino giovane e antico del Molise, ha svolto la propria professione a Parma, Voghera, Pianosa, Sulmona. Contro di lei hanno protestato, inveito, stretto i denti dalla rabbia. Ma infine lei s’è uccisa. Neppure la mafia è riuscita a prendersela per intero. Che la sua vita, questa vita al servizio dello Stato visto come padre assoluto, era tutta ‘sua’. Il romanzo ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’ è tratto (ma è davvero poco dire così) dalla storia di questa grande donna. La giornalista Cristina Zagaria ha costruito l’opera facendo congiungere le righe del diario di Armida a pezzi di racconto di parenti e amici di lei, a scorci di giornale storici. Perché Armida Miserere, prima d’ammazzarsi, ha conosciuto dall’interno delle gabbie i momenti più caldi della recente storia d’Italia, dalle Brigate Rosse a Cosa Nostra. Dalle coraggiose e potenti donne brigatiste ai boss mafiosi più spietati e molto altro ancora. E gli incontri sono stati in territori neutri dove secondo il luogo comune è più forte chi le sbarre le subisce, ma non è sempre così. Anzi, se per i mafiosi può addirittura per assurdo essere che i ferri sono poco e niente, per certe persone che non devono starci rinchiuse dentro come Armida – che però le sente giorno dopo giorno addosso – , sono una condanna. Armida Miserere, che ha collaborato con gli uomini più illustri dell’antimafia, nota ai più per pungo fermo e carattere determinato, accoglie molto presto la morte dei suoi genitori, e ancor prima aveva dovuto sopravvivere all’assassinio del suo compagno Umberto Mormile (forse questa storia d’amore fra Umberto e Armida ha anche recentemente portato l’opera ha vincere il Premio San Valentino). Questo è solamente un spicchio della trama. Il resto è messo nella pagina dalla Zagaria, che utilizza una scrittura pregna di scorrevolezza da giornalismo e allo stesso tempo di ritmo romanzato. Le suggestione stanno in questo connubio fra due stili differenzi, fra due modalità espressive che in quest’occasione hanno fatto miscela emozionante. Per l’autrice era il momento della sperimentazione. Per il lettore è giunto il tempo d’assaggiare le emozioni dettate da questa prova letteraria di valore. La giornalista Cristina Zagaria, poi, è entrata nella psicologia delle tante facce della sua opera, riuscendo a trasferire quanto ha visto e vede e legge nel sentire appassionato di tutti. Miserere è romantico, coinvolgente”. Nunzio Festa

LA PROVINCIA PAVESE (26 maggio 2007)
“La vita e la morte di Armida Miserere oltrepassano i confini del ‘mondo a parte’ carcerario. ‘Miserere’, il libro di Cristina Zagaria, giornalista di ‘Repubblica’, sulla drammatica vicenda umana e l’intensa storia professionale della direttrice del penitenziario di Sulmona, suicidatasi nel 2003, ha suscitato grande interesse e un vivace dibattito l’altra sera, al teatro Cagnoni, alla presentazione del volume organizzata dall’Istituzione cultura, dalla biblioteca e dalla libreria ‘Il Convivio’. Durante l’incontro, condotto da Lorella Gualco della ‘Provincia Pavese’ e con letture dell’attrice Eleonora Bianchi, Cristina Zagaria ha dialogato con il pubblico mettendo in luce le vittorie e le sconfitte di una ‘eroina romantica in tuta mimetica’. ‘Mia sorella, infermiera nel carcere di Sulmona, è stata la prima ad intervenire per soccorrere, purtroppo inutilmente, la dottoressa Miserere. Armida era una donna straordinaria, lasciata sola da chi non ha saputo o voluto cogliere la sua richiesta di aiuto’, è stata la toccante testimonianza di un’ispettrice del carcere di Vigevano, originaria di Sulmona, che aveva conosciuto Miserere”.

LA PROVINCIA PAVESE (22 maggio 2007)
“Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato. Una vita in prima linea e una morte tragica su cui ha scritto e indagato Cristina Zagaria, 32 anni, giornalista che ha seguito per ‘Repubblica’ alcuni dei più importanti casi di cronaca italiana degli ultimi anni… Armida Miserere, direttrice di carcere con la fama da dura, si suicidò il 19 aprile 2003. In quel periodo dirigeva il carcere di Sulmona, ma la sua carriera l’aveva portata a ricoprire importanti incarichi nelle carceri di Parma, Voghera, Pianosa e Palermo. In mezzo, anche un breve periodo trascorso nel carcere di Vigevano. E la tragedia che segnò la sua vita: l’omicidio, nel 1990, del compagno Umberto Mormile, educatore nel carcere di Opera”.

LETTURE (marzo 2007)
“Armida Miserere, una donna bella, intelligente, volitiva, s’è scelta quello che, da sempre, è un mestiere ‘da uomini’. Laureata in Legge, con una specializzazione in Criminologia, ha diretto, con polso fermo, alcuni dicono troppo fermo, alcuni dei penitenziari italiani più importanti… Proprio la sua tersa inflessibilità, il suo maniacale senso del dovere l’hanno portata a voler affrontare situazioni spesso estreme. Quando, mentre è a capo del carcere di Opera, viene assassinato il suo compagno Umberto Mormile, mite educatore nello stesso carcere, le viene assegnata una scorta, che la seguirà in tutti i suoi pellegrinaggi, insieme agli adorati pastori tedeschi, due grossi cani che con lei fanno jogging… La notte fra il 18 e il 19 aprile del 2003, stressata da un’esistenza consumata sempre in trincea, si uccide con un colpo dell’inseparabile rivoltella. Servendosi del diario di Armida, delle testimonianze di familiari, amici e colleghi illustri come Giancarlo Caselli e Alfonso Sabella e di un uomo dell’amministrazione penitenziaria che ha voluto restare anonimo e che ha detto soltanto: ‘Io stimavo moltissimo la dottoressa Miserere’, Cristina Zagaria ha ricostruito, con l’asciutezza di un cronista di ‘nera’, le tappe pubbliche e private di una vita esemplare e disperata. Esemplare perché rispecchia la dedizione assoluta di una donna votata al servizio dello Stato, disperata perché la pressione psicologica cui Armida è stata sottoposta, quell’essere sempre a contatto con il male, hanno finito per spingerla al suicidio. Scrive la Zagaria: ‘Armida, il ‘colonnello’, ha osato dire di ‘no’ alla ‘ndrangheta. E forse quel ‘no’ ha offeso solo l’anti-Stato. Così la mafia, quella vera, prima l’ha punita, togliendole l’uomo che amava, poi l’ha condannata alla solitudine, al senso di colpa. Alla fine l’ha uccisa, nel modo più terribile. Giorno dopo giorno. In silenzio.” Alfredo Barberis

PRIMO PIANO MOLISE (11 maggio 2007)
“Il libro è scritto così bene che trasporta nel buio di una mente profondamente sensibile, ogni pagina un tassello appuntito, ogni rigo un pezzo di vissuto. La trama avviluppa nel cammino irto di tensione di una donna minacciata, temuta, poi dimenticata. Il suono è quello di una nota stonata, suonata al piano infinite volte. Armida Miserere entra in un carcere a ventotto anni, nel 1984, da vicedirettore, non ne esce che per rari momenti di pace, di umanità ‘altra’, di vita privata, sua. E’ di Casacalenda la famiglia di Armida, lì c’è il suo nido, i suoi amici di sempre. E’ una donna con una marcia in più. La penalizzazione di genere la affronta con determinazione, ironia ed efficacia. Quando nel 1996 dirige l’inferno dell’Ucciardone a Palermo e taglia il vitto da re riservato ai superboss della mafia, alle critiche del personale responsabile risponde: sono una donna, mi occupo di cucina. L’esistenza è stata spietata con Armida Miserere. Nulla le ha risparmiato. Il dolore soprattutto, quello cupo e profondo, le perdite mai sanate, perché senza spiegazioni. Il compagno di vita ucciso nel 1990, un attentato che oggi ha esecutori materiali decretati da sentenze, e mandanti individuati. E’ stato ucciso perché, come Armida aveva capito e aveva tentato di dimostrare, era arrivato nella zona d’ombra in cui gli apparati statali incontrano le mafie e giustificano queste protezioni scellerate con mai provati interessi superiori. In mezzo ci sono state calunnie, insulti che sono ingiurie sulla memoria di un uomo perbene che in carcere faceva l’educatore. In mezzo c’è stata una donna e il suo maledetto mestiere. Armida ha battuto la testa per anni contro i muri di gomma, intercapedini della nostra Repubblica pronte a celare, a far scendere il velo nero del silenzio. Un lavoro sempre più duro, spersonalizzante, arrabbiato, inquinato da chi l’ha tradita. Un calvario che spezza il cuore di chi le vuole bene. Gli amici, il fratello, la vedono accasciarsi sul suo destino, assecondarlo con una dura consapevolezza. Vinta senza motivo, Armida decide che è stanca, troppo, ed è ora di riposare. Quattro anni fa. Così vicino a Casacalenda, a Sulmona. Un altro modo di raccontare una decisione così crudele non riesce a venire fuori, trattenuto dentro dal pudore e dal rispetto per la vita, anche quando questa sceglie di non esistere più. I libri bisogna leggerli con gli occhi, il tatto, lo stomaco. Bisogna piangere, leggendo questo libro, e ammetterlo senza vergogna, perché di nulla c’è da vergognarsi. Armida è quella bella ragazza davanti a noi, accartocciata e confusa. E’ persona vera, reale, non un personaggio di un thriller scritto bene. La verità ha proprio mille facce, non le vedremo mai. Quelle evidenti sono quali sempre quelle che fanno male. O quelle scoperte pagando prezzi inaccettabili. Una di queste è che, al di là delle vicende delle singole persone, il nostro è uno Stato infedele. I suoi servitori, i migliori, li butta in strada con tante parole, menzioni, promozioni, ma al momento del bisogno l’Istituzione con loro non c’è, ha troppo da fare con i segreti di Stato, quelli onorevoli e quelli disdicevoli”. Rita Iacobucci

STILOS (15 maggio 2007)
“Ha vinto il Premio San Valentino, città di Terni, la scrittrice Cristina Zagaria, autrice del romanzo ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’, giunto alla sua terza ristampa per Dario Flaccovio editore. Il riconoscimento è stato consegnato sabato 28 aprile. Armida Miserere è stata la direttrice di molte delle carceri più difficili d’Italia. Aveva fama di dura ma ha concluso la sua vita con il suicidio. Il libro si basa su documenti privati e sui diari di Armida”.

IL QUOTIDIANO DELLA BASILICATA (26 aprile 2007)
“Armida Miserere, protagonista del volume della Zagaria, è una direttrice di carcere che condivide le dure battaglie dello Stato nei confronti del crimine. La sua vita non è facile, tra scorte, minacce e repentini trasferimenti tra penitenziari di tutta Italia; il suo rigoroso rispetto per le regole la rende invisa al multiforme mondo carcerario e preziosa per i magistrati che la considerano alleata fedele ed incorruttibile. Segnata profondamente dall’assassinio del suo compagno, messa a dura prova dalle infamie e dalla diffidenza, Armida è sempre più sola, nella sua tuta mimetica, fino al momento in cui pone tragicamente fine alla sua vita. Cristina Zagaria intraprende un percorso di ricerca nella vita della Miserere in modo partecipe e doloroso, unendo testimonianze, scritti inediti di Armida, pagine di cronaca in un romanzo biografico coinvolgente e serrato. Attraverso la ricostruzione meticolosa e appassionata, l’autrice riesce a compromettere il lettore nell’impulso solidale per una donna smarrita, sola con le sue sigarette e consapevolmente fragile nella sua formale resistenza”.

IL GIORNALE DI SICILIA (21 aprile 2007)
“Ha vinto il Premio San Valentino-Città di Terni la scrittrice Cristina Zagaria, autrice del romanzo ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere servitrice dello Stato’, giutno alla sua terza ristampa per Dario Flaccovio Editore… Armida Miserere è stata la direttrice di molte carceri più ‘difficili’ d’Italia. Aveva fama da dura ma ha concluso la sua vita con il suicidio. Il libro si basa anche su documenti privati e sui diari di Armida”.

IL QUOTIDIANO DELLA BASILICATA (29 aprile 2007)
“La Miserere della giovane Zagaria fra i colori di Matta e l’angolo di Ortega. Venerdì sera, presso i locali del circolo materano La Scaletta, è stato presentato il romanzo di Cristina Zagaria ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’. Il recente successo pubblicato dalla Dario Flaccovio Editore è un volume impregnato di vita vera, un’invenzione letteraria che viene fuori dal profondo della vita umana; dalla morte e dalla vita romantica di una donna dedita a servire il suo Stato. L’opera ha recentemente vinto il premio San Valentino ‘Città di Terni’, e l’autrice, che è giornalista di nera per Repubblica (vive comunque fra Bologna, Milano e Bari, se pure è tarantina), è in giro per presentare un volume che prende l’attenzione di critica e lettori. L’evento è stato organizzato dallo storico circolo culturale La Scaletta in collaborazione con Skenè ed era curato dall’insegnante Francesca Bianco. Uno scritto della Bianco ha inoltre aperto l’appuntamento, pensato per mettere insieme musica e parole. Il motivo della scelta è chiaro, il sottofondo musicale mantiene viva l’attenzione dell’uditorio. Il momento pubblico è stato pensato come incontro diretto fra le parole del testo della Zagaria, lette dal prof. Chiacchio e da tre altre brave lettrici e la volontà delle gente giunta per incrociare le pagine della scrittrice pugliese. Passi significativi del libro sono stati letti fra i colori delle opere pittoriche presenti in sala, un’opera del grande artista Ortega e l’attenzione curiosa dei presenti. La trama del romanzo, ricamata da una Cristina Zagaria minuziosa nell’impegno di non costruire castelli di stereotipi, si può addirittura dire che vive della stessa cronaca che è stata. Armida Miserere, infatti, era davvero la direttrice di un carcere. Una donna tenace con la fama da dura, ma che, nonostante avesse cominciato a lavorare nelle carceri già dall’età di 28 anni, non perdeva la speranza di riuscire a migliorare per il possibile le difficili condizioni carcerarie di tanti detenuti, e soprattutto di molte detenute. Misere muore suicida, nel 2003. Si ucciderà sparandosi in testa nel carcere di Sulmona. Però forse l’esperienza fra le più significative l’ha conosciuta a Voghera, dove in una struttura non considerata dalla comunità pubblica della cittadina aveva conosciuto le battagliere e forti brigatiste rosse. Il lavoro, se si potesse davvero sintetizzare, prende corpo ed emozioni che restituisce ai lettori da documenti ufficiali, cronache giornalistiche e perfino pezzi di diario della Miserere. Dunque mette insieme privato e pubblico di Armida Miserere. Persino la storia d’amore romanzata fra la protagonista e un educatore carcerario. L’amore che fu delle donna, e che lei vide sbriciolarsi per colpa dell’assassinio dell’uomo. La cronista Zagaria ha tenuto unite storie vere, eventi quotidiani di chi vive dietro le sbarre e chi ci lavora a stretto contatto, e i pensieri di una donna tenace che per vent’anni ha diretto penitenziari. In tempi di terrore e mafie che assaltavano. Tante personalità importanti della storia italiana, per vari motivi, aveva conosciuto Armida Misere. La Misere, originaria del piccolo paese molisano di Casacalenda, luogo fatto di pietre antiche e serena calma dove vivevano o ancora stanno i suoi genitori, è stata pure un esempio. Nunzio Festa

TARANTO SERA (30 aprile 2004)
“’Miserere, vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’ il romanzo-verità nato dalla penna di Cristina Zagaria è stato presentato giovedì scorso a Taranto… Il libro della giornalista, che attualmente vive fra Bologna e Bari, dove si occupa di cronaca nera per il quotidiano La Repubblica, ha vinto il Premio San Valentino, città di Terni. Armida Miserere è stata la direttrice di molte delle carceri più ‘difficili’ d’Italia. Aveva fama da dura ma ha concluso la sua vita con il suicidio. Il libro si basa anche su documenti privati e sui diari di Armida”.

BRESCIA OGGI (27 marzo 2007)
“Una vita tragica e verissima. Armida Miserere, il ‘colonello’, ‘Armida la forte’, finita sui giornali in tuta mimetica e cappellino, calibro 9 alla cintura e due pastori tedeschi ai fianchi, è una persona e un personaggio. Ha la realtà degli esseri fatti di carne e sangue, e il destino segnato, la vita manovrata di chi esce dalla penna di uno scrittore. Armida Miserere, come un personaggio da tragedia greca, segnato dal suo stesso nome. Ieri pomeriggio il festival bresciano della letteratura poliziesca ha dimostrato come il caso diventi necessità, e la vita di una persona, al pari di un’eroina da romanzo, venga catturata da un destino che non lascia scampo né altre vie d’uscita. Stavolta l’autrice non ha fatto altro che raccogliere una storia e metterla sulla pagina. Cristina Zagaria è una cronista, e si è limitata a fare il suo lavoro con passione… La vita tragica del ‘colonello’ doveva finire allo stesso modo, e tragicamente finisce il venerdì santo del 2003, quando si spara un colpo di pistola alla tempia. Per anni è stata ‘il direttore’ delle carceri italiane più difficili. Prima che si uccidesse (se davvero suicidio è stato, perché all’autrice alcuni particolari non tornano) le avevano ammazzato la persona più amata. Con lei divideva il lavoro del carcere, e il carcere stesso gliel’ha portato via. Si chiamava Umberto Mormile, faceva l’educatore a Opera, e negli anni Ottanta della difficile applicazione della legge Gozzini prendeva sul serio il nuovo compito rieducativi assegnato ai penitenziari. In 10 giorni, anche con l’aiuto dei detenuti, porta agli inquirenti il nome dell’assassino. Ma nessuno le crede. Miserere faceva un lavoro da uomo, ‘doveva dimostrare quanto può valere una donna’. E donna era, ‘con le sue passioni e le sue dolcezze’. Per lei, contraria all’indulto, il carcere restava ‘un luogo di condanna per delitti efferati’. E tuttavia nessuno più di lei prendeva a cuore i diritti dei carcerati, come dei suoi dipendenti. ‘Era la persona delle regole’, dice di lei Zagaria, nel libro della vita e della morte di ‘Armida la forte’. Non un romanzo, perché la vita stessa di quel ‘direttore’ che odiava essere chiamata al femminile, non ha bisogno di aggiunte di fantasia. L’autrice ha sentito amici d’infanzia, parenti, e quanti hanno avuto a che fare con ‘il direttore di ferro’. Confessa di non aver scritto tante cose, tra le confessioni che ha raccolto… Confessa che quello pagine non sono facili da leggere. E tuttavia sono necessarie per restituire la giusta memoria a una donna di cui forse lo Stato ha ‘approfittato’ più del dovuto. Il ‘direttore’ è stata nei penitenziari più difficili, a Parma, a Voghera con le terroriste irriducibili, a Pianosa con i boss della mafia, all’Ucciardone, a Sulmona. ‘Sempre disponibile e pronta a partire’, dice la Zagaria, che ricorda quel semplice ‘domani vai a Pianosa’ del direttore del dipartimento delle carceri, con l’aggiunta a mano ‘ti prego, non dire a nessuno di essere una donna prima di arrivare’. Avrebbe avuto a che fare con 600 uomini, lei unica donna. Ma era abituata a lottare, per non essere inferiore a nessuno, e per restare a galla finché ha potuto.” Mimmo Varone

BLOG.IT (23 aprile 2007)
“Con il romanzo ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’, giunto alla sua terza ristampa per Dario Flaccovio editore, Cristina Zagaria si è aggiudicata il premio San Valentino della città di Terni che le sarà consegnato il 28 aprile. Il romanzo ripercorre, anche grazie a documenti privati e diari della protagonista, la vita e l’attività di Armida Miserere, direttrice di molte delle carceri più difficili d’Italia. Una donna dalla fama da “dura” che concluse la sua vita con il suicidio”.

IL CITTADINO (14 aprile 2007)
“’Avere incontrato un direttore di carcere come lei è stata una vera fortuna. Sapeva il fatto suo. Andava per la sua strada senza tentennamenti. Applicava le regole in modo deciso,ma era molto attenta alle questioni umane. Armida Miserere sapeva che queste ultime sono determinanti nella vita di ognuno’. Da Raffaele Ciaramella, nominato comandante proprio dalla donna che fu direttrice in via Gagnola dal 1987 al 1992, arrivano ancora oggi parole di apprezzamento. La Miserere, da tutti definita un direttore di ferro, non riuscì mai a superare le brutte e incomprensibili sorprese che la vita porta con sé, a volte tutte insieme senza nemmeno darti il tempo di riprenderti: la morte del padre che adorava, poi quella della madre e del compagno che si stava accingendo a sposare, Umberto Mormile, con il quale abitava a Montanaso. Quest’ultimo, educatore carcerario a Opera, l’11 aprile del 1990, a Carpiano, fu assassinato per non aver concesso un permesso a un boss della camorra. Da allora lei non si era più ripresa. Il 17 aprile del 2003, si uccise sparandosi un colpo di testa, nella sua casa penitenziaria di Sulmona. Aveva 47 anni e lasciò una lettera sul comodino. ‘Maledico quelli che mi hanno rovinato la vita’. Oggi Cristina Zagaria le dedica un libro, intitolato ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’ (Dario Flaccovio editore). ‘Nel giro di pochi mesi il mondo mi è caduto addosso – aveva detto durante un’intervista a ‘Io donna’. – Ogni giorno mi sveglio e mi faccio sempre le stesse domande. Da allora lamia vita è appesa a un filo’. Quando era direttrice a Lodi, ricorda Italo Siboni, volontario del carcere, ‘mostrava la sua durezza.Mi ricordo che aveva bocciato delle iniziative teatrali perché non erano di qualità’. Come dice il suo amico, il comandante Ciaramella, ‘era onesta e godeva di una grande serietà professionale. Credeva molto nel suo lavoro’. Dalla morte del compagno, commenta l’ex direttore di Lodi Luigi Morsello, ‘lei cercò in tutti i modi, di vedere, dall’interno dell’istituzione carcere quali fossero stati i mandanti e gli esecutori dell’omicidio di Umberto. Accettò incarichi presso il carcere di Pianosa prima e di Palermo poi, a mio giudizio solo a tale precipuo scopo. Si tolse la vita prima di sapere ciò che ha cercato di scoprire per molti anni. Dopo la sua morte, infatti, gli esecutori e i mandanti furono condannati. Armida fu un modello di direttore che merita tutta la mia ammirazione’.

PIU’ (31 marzo 2007)
“‘Per me il carcere deve essere un carcere e i detenuti devono saper fare il loro mestiere. Io non faccio il direttore del Jolly Hotel, ma dirigo un luogo di condanna per efferati delitti’. In questa affermazione c’è tutta Armida Miserere, ‘servitrice dello Stato’ (sottotitolo del libro) con una lunga esperienza di vita e professionale a Cremona, direttrice di carceri con la fama di dura che il 18 aprile 2003 decise di spararsi un colpo in testa sopraffatta da una vita sempre in prima linea. Cristina Zagaria, cronista giudiziaria di Repubblica, racconta con la forza narrativa di un poliziesco e l’approfondimento di una documentatissima biografia, la storia di una donna il cui declino cominciò nel 1990, con l’omicidio di mafia del suo compagno – Umberto Mormile – educatore al carcere di Opera, ammazzato perché giudicato troppo rigido nella concessione dei permessi a detenuti eccellenti. Zagaria racconta la storia di una donna sospesa tra il dovere (che la assimila ai maschi) e la voglia di riscoprire una femminilità ‘congelata’ il giorno della morte di Mormile. Dal lutto alla scelta di buttarsi anima e corpo, quasi con cattiveria, nel lavoro il passo è semplice: è una protagonista negli arresti eccellenti di mafia, delle gang di colletti bianchi e del terrorismo brigatista, la chiamano dove ci sono i ‘casi sporchi’ fa gestire, è apprezzata dai suoi superiori (Giancarlo Caselli per esempio), ma non riesce a trovare né felicità professionale né pace interiore. La forza di questo libro, oltre alla documentazione, sta proprio qui: riesce a raccontare con terribile lucidità ma anche con umanità il percorso interiore e ufficiale di una ‘servitrice dello Stato’ che non è riuscita a sopravvivere a se stessa”. Gianpiero Goffi

LA SICILIA (30 marzo 2007)
“Un libro amaro ma vero per rendere onore a chi aveva fatto del proprio lavoro,una ragione di vita. Eppure, il 18 aprile del 2003, Armida Miserere, direttrice del carcere di Sulmona, si suicidò con un colpo di pistola. Nella lettera d’addio, poco parole per chi le aveva ‘rovinato la vita’, un riferimento agli assassini del compagno, Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera, assassinato nel 1990. Cristina Zagaria, giovane giornalista di Repubblica, affronta un doppio viaggio, scavando nel cuore delle carceri italiane e nell’anima di Armida, inflessibile direttrice etichettata come la ‘fimmina bestia’ all’Ucciardone. Molisana, nativa di Casacalenda, Armida cominciò la sua folgorante carriera a soli 28 anni. Meticolosa e rigorosa, si conquistò ben presto la fama di dura e il rispetto dei superiori che la inviarono anche nel supercarcere di Pianosa, riaperto dal ministro Martelli, dopo gli attentati mafiosi del 1992 ai giudici Falcone e Borsellino. Era l’unica donna sull’isola. Leggere questo bel libro equivale a ripercorrere uno spaccato d’Italia, dal 1984 ai giorni nostri, per conoscere e riflettere su ciò che spesso la cronaca non può raccontare”. Roberto Mistretta

IL GIORNALE DI BRESCIA (27 marzo 2007)
“Era ‘il direttore’: così voleva che la chiamassero e il suo incarico l’ha svolto con il massimo del rigore. Tra le terroriste ‘irriducibili’ di Voghera e i boss mafiosi di Pianosa, all’Ucciardone e infine a Sulmona. Il carcere abruzzese e uno dei più duri ed è qui che Armida la forte dà partita vinta alla sua fragilità nascosta. E’ il Venerdì Santo del 2003 quando, sola nella sua stanza, la responsabile della casa di detenzione posa l’ultima lettera sul comodino e preme il grilletto della sua calibro nove. E’ una tragica storia vera quella portata ieri al Festival del giallo dalla giornalista Cristina Zagaria. La storia di ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’. Il libro edito da Dario Flaccovio si apre con la scena del suicidio. E’ iniziato da questa pagina di cronaca il percorso a ritroso dell’autrice, alla ricerca dei passi che hanno portato al tragico epilogo, nella ricostruzione di una vita per tanti aspetti straordinaria. Qualche dubbio rimane, alla fine del percorso. ‘I particolari sono importanti e tre cose non tornano’, dice e scrive Cristina Zagaria notando che nell’ultima accurata scelta dei vestiti manca la camicetta, che un suicida di solito non cerca di attutire il rumore appoggiando la testa al cuscino, che nel diario mancano alcune pagine di cruciale importanza. Nel clima del giallo emerge l’indagine che Armida Miserere aveva avviato all’indomani dell’uccisione del suo compagno. La sentenza definitiva sarebbe arrivata solo nel febbraio del 2006, a più di quindici anni di distanza da quell’omicidio: la pista giusta ‘il direttore’ l’aveva individuata e segnalata pochi giorni dopo il fatto, ma non era stata presa in considerazione. Elisabetta Nicoli

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO (9 gennaio 2007)
“11 Aprile 1990. Muore Umberto Mormile, freddato con sei colpi di pistola mentre alla guida della sua Alfa 33 raggiunge il carcere di Opera, in Lombardia. Umberto era un educatore, e un uomo onesto. Secondo la ricostruzione giudiziaria, fu ucciso perché rifiutò una mazzetta di trenta milioni offertagli per fare avere un permesso premio ad un boss della ‘ndrangheta, detenuto in carcere. Gli esecutori materiali del delitto saranno condannati il 15 febbraio 2006. È tutt’ora in corso il processo contro il presunto mandante. È una ricostruzione puntuale quella che la giornalista tarantina Cristina Zagaria propone in Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato, ottenuta attraverso occhi, emozioni e umori della protagonista del libro, la compagna di Umberto. Il testo è basato su diario e appunti di Armida Miserere, direttrice dei carceri di mezza Italia (da Palermo a Torino, passando per Parma, Sulmona, e il super penitenziario dell’isola di Pianosa), morta suicida il 18 aprile 2003. Una donna vera, distrutta dall’omicidio del suo compagno. Una donna dura, come l’hanno sempre descritta le cronache. Al punto da non cedere mai alla tentazione di dimenticare. Ma il suo resistere le sarà fatale. Miserere si apre e chiude con l’estremo gesto della direttrice. Secondo l’autrice anche lei «uccisa nel modo più terribile. Giorno dopo giorno. In silenzio» dalla mafia. Complice ‘l’impudenza dell’onestà». Nel libro è ripercorsa cronologicamente la carriera professionale di Armida Miserere e, capitolo dopo capitolo, si costruisce la tesi di Cristina Zagaria: Armida è una vittima «collaterale’. Due gli atti d’accusa che percorrono le pagine del libro: la lentezza del meccanismo giudiziario che nega la verità ad Armida sulla morte di Umberto (sedici anni per la condanna definitiva) e la guerra strisciante, occultata per cui non si può chiedere tregua perché non la si conosce, tra Stato e mafia. E pensare che Armida già pochi giorni dopo l’agguato di Umberto, aveva sospetti fondati sui responsabili. Ma la guerra non lascia sul campo solo le vittime di agguati. Non uccide solo con le pallottole. Uccide con le minacce. Uccide dentro. Così l’11 aprile di sedici anni fa muore anche Armida Miserere, pur continuando a vivere, a dettare regole ferree nelle carceri, prima direttrice donna in Italia. La sua (non) vita sarebbe piena di soddisfazioni personali: le promozioni, le lodi del Ministro di Giustizia, l’amicizia sincera con il procuratore Giancarlo Caselli. Ma tutto scorre sulla sua pelle senza lasciare traccia. Scivola. Zero sensazioni. Il libro della Zagaria ha un grande merito: nelle pagine si raggiunge una grande empatia tra autrice e protagonista. Così l’introspezione diviene un processo possibile. E può spiegare l’inspiegabile: il suicidio. Aiuta la Zagaria l’essere donna. E così cancella con il suo libro quell’antipatica etichetta (‘un uomo mancato’) che ha accompagnato vita e morte di Armida Miserere. Cristina Zagaria la racconta nell’intimo. La scopre e la descrive fragile e sensuale. Rendendo giustizia a un ritratto diverso da quello che era stato dipinto in precedenza dalle cronache di giornali e riviste. Un libro utile, tessera di un mosaico. Chissà quando sarà possibile guardarsi indietro e avere una visione d’insieme di questo mosaico: l’Italia che combatte contro se stessa e dove non vince quasi mai chi sta dalla parte del giusto. In Miserere c’è un fronte della guerra spesso dimenticato: le carceri. L’ambiente dove si impara a camminare strisciando con le spalle al muro e a non pronunciare mai il nome di nessuno, è descritto egregiamente. La prosa svelta e lo stile giornalistico della Zagaria si adattano alla perfezione alla drammatica biografia di Armida Miserere. Cronista di nera de La Repubblica, Cristina Zagaria fa così il suo esordio letterario. Chiuso il suo Miserere resta inquietudine e amarezza. E una gran voglia di fare proprie la determinazione, l’impegno professionale, l’inflessibilità di Armida Umberto, servitori dello Stato, caduti sul campo”. Lorenzo Marvulli

NOTITIACRIMINIS.IT (26 febbraio 2007)
“Il carcere non è un luogo di pena solo per chi viene condannato, ma anche per chi ci lavora. Come vivono fra quelle mura gli operatori che ogni giorno vi si rinchiudono per servire lo Stato? Gli agenti di custodia a cui tocca non solo sorvegliare i detenuti, controllandoli in modo da sedare risse e prevenire rivolte ed evasioni, ma anche vigilare sull’incolumità e lo stato di salute di persone che magari si sono macchiate di crimini orrendi?Come riesce a ottenere il rispetto per sé e delle regole chi ha a che fare con persone che non hanno più niente da perdere? Come tiene a bada la paura chi sfida ogni giorno i boss onnipotenti della malavita organizzata negando loro favori e privilegi? Cosa pensano gli agenti del carcere di Como mentre sono impegnati a salvaguardare l’incolumità di Olindo e Angela Rosa Bazzi, i ‘mostri’ di Erba? Mi ha sempre incuriosito la scelta di lavorare fra le mura di un carcere. Incoscienza o sfida? Gioco di potere o voglia mettersi a confronto con il proprio personalissimo lato oscuro? Oggi non ho voglia di raccontare uno dei tanti fatti di ordinaria ferocia che hanno insanguinato il weekend appena trascorso. Alla lunga anche i delitti annoiano. E l’overdose ne sminuisce la gravità e la pericolosità sociale. No, quello che per una volta vorrei fare è spostare, per qualche istante, l’attenzione dalla pura cronaca e dai suoi protagonisti per indirizzarla altrove. Per esempio, verso coloro che con quegli stessi protagonisti hanno liberamente scelto di convivere. Parlo degli agenti di polizia penitenziaria, impropriamente chiamati secondini. Parlo degli educatori e dei volontari che ogni giorno entrano fra quelle mura grondanti paura, disagio, sofferenza, privazione e perché no? anche rimorso. E parlo dei direttori delle carceri sulle cui spalle grava per intero la responsabilità dei detenuti e di chi con loro deve coabitare senza altra colpa che quella di aver scelto di servire lo Stato. L’idea di riflettere un momento sulla quotidianità di chi, fra mille scelte possibili, ha optato per il carcere mi è venuta leggendo un libro straordinario: ‘Miserere: vita e morte di una servitrice dello Stato’, di Maria Cristina Zagaria, giovane cronista di giudiziaria di Repubblica. Non si tratta, una volta tanto, di un’opera di fantasia anche se, grazie alla magica penna dell’autrice, si legge e si gusta come un romanzo. Miserere non è un’invocazione in latino, è il nome vero di Armida Miserere, direttrice di carceri di massima sicurezza, i luoghi di lavoro più malsani e pericolosi che ci siano per il corpo e per la mente. E questo libro è la sua biografia. Armida è una donna straordinaria. Un impasto di durezza e di vulnerabilità, di dolcezza appassionata e di inflessibile caparbietà e Zagaria riesce a tratteggiarne la personalità come se invece che parole avesse a disposizione i colori e i pennelli dei maestri impressionisti: qua un frammento di luce, là un angolo d’ombra… Laureata in criminologia, Armida Miserere ha iniziato a 28 anni la carriera dirigendo il carcere di Parma. Un impatto tutto sommato ‘morbido’ con l’universo penitenziale, perché subito dopo nel suo curriculum sono entrati il supercarcere di Opera, quello di Voghera, l’Ucciardone di Palermo, dove i boss mafiosi del 416 bis, quelli che hanno stappato in cella bottiglie di champagne per festeggiare le stragi di Falcone e Borsellino, l’hanno soprannominata ‘fimmina bestia’. E infine il penitenziario di Pianosa, dove consumano interminabili giornate i mafiosi a regime 41 bis. E il carcere di Sulmona in cui il 19 aprile 2003 Armida, ormai in piena collisione con se stessa, decise di farla finita sparandosi un colpo in testa. Una vita senza sconti, segnata da paure e minacce, da solitudine e ostilità. Ma soprattutto da un dolore che non si è mai placato: la lacerazione per la perdita del compagno Umberto Mormile, l’educatore del carcere di Opera, il duro e puro fatto assassinare nel 1990 da un gruppo di camorristi ai quali aveva negato i permessi a pagamento. Fantasmi privati, paure, minacce di morte: il libro di Maria Cristina Zagaria raschia a fondo la vita di Armida, mettendo a nudo le tante smagliature del nostro sistema carcerario, troppo spietato con chi è debole e troppo permissivo con chi può corrompere e intimidire. Per chi vuole andare una volta tanto oltre la cronaca”. Adele Marini

LA REPUBBLICA – BARI (15 febbraio 2007)
“E’ in corso un singolare connubio con la realtà. La narrazione le sta di fronte e, senza preoccuparsi troppo di fingere, la sposa. Il tutto può chiamarsi fictio che è la vecchia cara invenzione trasfigurata, faction che è narrazione documentale alla Saviano o, prima ancora, alla Capote. E recentissima fictual, ibridazione tra finzione e realtà. Il confine, va da sè, è liquido. Ma a ben leggere lo stanno percorrendo anche i nostri scrittori, ciascuno con un suo personale esito… Com’è vera la storia di Armida Miserere, la direttrice del carcere di Sulmona morta suicida, raccontata dalla giornalista di Repubblica Cristina Zagaria enl suo romanzo d’esordio ‘Miserere’, pubblicato da Flaccovio editore”. Antonella Gaeta

MILANONERA.COM (15 febbraio 2007)
“Questa è la storia di Armida Miserere, la direttrice del carcere di Sulmona che nel 2003 si uccise sparandosi con la sua calibro 9. La giornalista di Repubblica, Cristina Zagaria ha voluto capire perché la donna che veniva definita nei titoli dei giornali ‘la dura’ si è suicidata. Con l’aiuto del fratello, dei migliori amici e dei diari di Armida, Zagaria è riuscita a ricostruire la vita della donna, a entrare in punta di piedi, senza disturbare, nel suo animo. Armida Miserere, laureata in criminologia, entra a 28 anni nel carcere di Parma come vicedirettrice, dove conosce Umberto Mormile, che lavora come educatore all’interno della struttura. I due si innamorano ma il sogno si interrompe perché Mormile viene ammazzato dalla camorra. Questa sarà il primo feroce punto di svolta nella vita di Armida. Si dedica completamente al lavoro, viene mandata a dirigere le carceri più difficili da amministrare come Pianosa o l’Ucciardone dove viene soprannominata dai detenuti ‘la fimmina bestia’. Vive con la mimetica e la sua inseparabile calibro 9, è scortata perché costantemente minacciata, le uccidono i cani, non ha tregua, dà fastidio. Lei non si rassegna finchè pensa di poter tenere in vita un sogno, il suo sogno. I suoi migliori amici sono nel paese abruzzese dove lei è nata: Casacalenda. Una notte, Armida da Sulmona va a Casacalenda, non si fa vedere da nessuno, gira per le strade del suo paese a caccia di ricordi, passa davanti alle case dei suoi amici, poi torna a Sulmona, nel carcere, dove vive. La sera successiva, dopo una normale giornata di lavoro, prende le foto di Umberto, le sistema sul letto. Scrive una lettera, il suo testamento morale, si stende sul letto, mette il cuscino tra la guancia e la calibro 9, spara. Non è un romanzo di fantasia quello che Zagaria ha scritto, è tutto scritto nel diario che Armida ha lasciato, la giornalista ha voluto raccontarcelo”. Simona Mammano

GAZZETTA DI PARMA (13 febbraio 2007)
Nella classifica dei libri più venduti compilata della libreria Feltrinelli di Parma, il libro “Miserere” di Cristina Zagaria compare al secondo posto nella sezione Saggistica.

LA REPUBBLICA – BARI (15 febbraio 2007)
“…vera è la storia di Armida Miserere, la direttrice del carcere di Sulmona, morta suicida, raccontata dalla giornalista di Repubblica, Cristina Zagaria, nel suo romanzo d’esordio ‘Miserere’, pubblicato da Dario Flaccovio Editore”. Antonella Gaeta

DETECTIVE (16 febbraio 2007)
“Armida Miserere. Se il nome fa il destino, c’è poco da stupirsi di quello della protagonista di questa storia. Armida deriva dal vocabolo celtico ‘armis’ e significa alla lettera ‘colei che non è adatta’. Armida è anche la maga della ‘Gerusalemme Liberata’ di Torquato Tasso. Miserere in latino vuol dire ‘(Signore) abbi pietà’ ed è il principio del Salmo della penitenza. nel gergo popolare, l’espressione ‘Si può contargli il Miserere’ viene riferito a una persona moribonda. Un nome da romanzo per una vita da prima pagina. Una vicenda che oggi torna alla ribalta grazie alla biografia ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’, firmata dalla giornalista Cristina Zagaria”. Ludovica Malinverni

RASSEGNA SINDACALE (25 gennaio 2007)
“E’ un libro difficile ‘Miserere’, difficile perché doloroso da leggere, un pugno continuo nello stomaco e un assalto pagina dopo pagina al cuore e alla ragione. Straziante per la storia personale, di Armida Miserere, direttrice di carceri, un uomo ucciso, lasciata sola, nella vita e spesso nel lavoro, morta suicida, e straziante per la storia italiana che racconta, una storia che si svolge quasi sempre nelle stanza buie e violente della prigione. Un lavoro da uomini, altro che quote rosa. Una donna molto bella che si spegne un po’ ogni giorno, dopo l’assassinio del compagno Umberto Mormile, educatore nel carcere di Opera: troppi colpi di pistola sparati dalla mano della mafia calabrese e nessuno pronto a cercarne gli assassini. Armida sa bene chi ha sparato, ma solo il processo di quindici anni dopo dirà il nome e il movente degli assassini. Una donna che corre in tuta mimetica, che detta regole severe e fuma due pacchetti al giorno di nazionali senza filtro. Toglie i favori ai boss, riduce i permessi e le visite in carcere, costruisce intorno a sé, col suo lavoro, una fama da colonnello che le porta molti nemici, ma anche il sostegno e la fiducia di uomini come Giancarlo Caselli e Alfonso Sabella, due magistrati con i quali collaborerà fino alla fine. Direttrice, o meglio, direttore, come lei stessa sottolinea con forza, di Lodi, Opera, Pianosa, cciardone, Torino, Sulmona, dove infine a neanche 50 anni un colpo di pistola, rituale e vendicativo, scelto per disperazione, certo, per raggiungere il suo Umberto, certo, ma anche per far cadere il peso e la colpa del suo gesto su quanti, in carcere e fuori, l’hanno uccisa lentamente giorno dopo giorno, col silenzio. Armida è stata una ‘servitrice dello Stato’, nel senso più stretto del termine perché allo Stato ha sacrificato, da laica convinta, eppure in modo quasi religioso, la vita, la giovinezza, la salvezza. Giorno dopo giorno tra incarichi sempre più difficili: sedare una rivolta. Organizzare un’ispezione improvvisa, controllare la stanza di Sindona, gestire l’arresto di Brusca, sempre pronta a fare la valigia e a vivere sotto scorta perché senza famiglia, vede passare davanti a sé la mafia e la delinquenza comune, la P2, il carcere duro e quello che rieduca, magistrati e carabinieri, poliziotti e guardie del corpo, a volte solidali, altre vili e nemiche. Arrivata al carcere ‘da criminologa, convinta di poter incidere sugli uomini e le istituzioni’, ne esce affogando, come da ‘un fiume sotterraneo che scorre profondo e tutto corrode, scavando gallerie e lasciando quel po’ di terra che tiene in piedi ciò che si vede e che deve continuare a cedersi’. In carcere c’è la verità, credeva Miserere, ma ‘l’omicidio di Umberto – scrive l’autrice nell’epilogo – e quello di Armida hanno almeno tre colpevoli: gli esecutori, i mandanti e i complici. Gli ultimi bisogna cercarli nel carcere, ma non sono detenuti’, La biografia romanzata di Cristina Zagaria, giornalista della ‘nera’ di repubblica che ha attinto ai diari e alle lettere private della Miserere, se per costruzione e narrazione – un climax interno alla storia e al modo di raccontarla – ruota intorno alla figura di Armida e al suo dolore con voce empatica, le figure sullo sfondo come i detenuti, i Pm, i magistrati, i colleghi, raccontano vent’anni di belpaese, un vero romanzo criminale, visto dalle finestre a quadri delle carceri”. Rosa Polacco

SPECCHIO – LA STAMPA (20 gennaio 2007)
“Notte, aprile 2003. A Sulmona, Abruzzo, la direttrice del carcere Armida Miserere si uccide con un colpo di pistola alla testa. Lei, che i boss chiamano ‘fimmina bestia’, è stanca: di non trovare l’assassino del suo compagno; di mafia, terrorismo, omertà e veleni. Cistina Zagaria ne ricostruisce la vita con passione e compassione, con la cruda efficacia della cronista. La storia, documentatissima, avvince. La scrittura, così secca, è voce perfetta del male di vivere”. Anna Sartorio

GAZZETTA DI PARMA (27 gennaio 2007)
“’Voglio che le mie ceneri siano sparse al vento, perché vento sono stata’: parole senza pietà per se stessa scritte da Armida prima di uccidersi e svelate in un libro, che racconta la vita e la morte di una moderna eroina tragica. Armida Miserere, direttrice di carcere, anzi come voleva essere chiamata lei ‘direttore’. Una storia di una donna, ma anche dell’Italia criminale dagli anni ’80 ai giorni nostri. Una storia che comincia da Parma dove il primo febbraio 1984 Armida ha il suo primo incarico come vicedirettore della casa circondariale. In città Armida comincia la sua lunga e controversa carriera. Ma a Parma, tra piazza Garibaldi, via Farini e le osterie del centro, nasce anche l’amore tra Armida Miserere e il suo compagno, l’educatore carcerario Umberto Mormile. La storia di Armida è una storia vera ed è raccontata nel libro di Cristina Zagaria, ‘Miserere, vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’… Il libro è un romanzo-inchiesta che si avvale della testimonianza di parenti, amiche, colleghi e del diario personale della protagonista e che ha restituito la complessa e contraddittoria ricchezza umana di una donna chiusa in vita nell’armatura feroce di ‘direttrice’ di carceri quali quelli di Voghera, Pianosa, Sulmona e Palermo. Armida Miserere è la donna a cui viene ucciso in un agguato mafioso, nel 1990, l’amato compagno. La ricerca assillante di una verità su quel delitto scandisce vita e morte della protagonista: il suo suicidio trova un risarcimento postumo nel proseguimento delle indagini giudiziarie che Zagaria segue puntigliosamente e che come un filo rosso riportano a Parma. Nel carcere parmigiano, infatti, Armida conosce i detenuti che anni dopo ammazzeranno Umberto. E forse proprio qui si nasconde il vero movente dell’omicidio. Il giallo però si svela solo nelle ultime pagine, grazie alla ricostruzione fedele del processo, tramite carte giudiziarie, sentenze, confessioni, e il cerchio si chiude: tutto comincia e finisce a Parma”.

GAZZETTA DI PARMA (28 gennaio 2007)
“L’odore inconfondibile di ‘Gled’ alla lavanda l’avrebbe accompagnata per sempre. Da quella prima volta che era entrata in carcere da studentessa di legge, fino all’ultima quando ne uscì in una cassa di legno. La storia di Armida Miserere ‘servitrice dello stato’ è ora raccontata da Cristina Zagaria, giornalista di Repubblica nel bellissimo ‘Miserere’. Il volume ripercorre la vita di una giovane donna-direttore, proiettata in mezzo a terroriste irriducibili e boss mafiosi. L’avrebbe scoperta la ‘vera anima’ di un penitenziario, incrociando più volte il suo destino con la nostra città dove prima si era laureata in Giurisprudenza per poi tornare, dopo una specializzazione in Criminologia, come vice di Raffaele Panico, direttore di quello che nel 1984, era San Francesco. Senza perdere il ritmo da libro giallo, la Zagaria ricostruisce nei dettagli, con testimonianze e documenti inediti, la storia pubblica e privata di questa donna integerrima che ha sempre pagato a caro prezzo la passione e la dedizione al lavoro. Con la fama di dura, si circondò di stima e reputazione in un mestiere «da uomini», tanto da essere chiamata ad incarichi prestigiosi, Parma, Voghera, Lodi, Pianosa, il ‘Grand Hotel Ucciardone’ e Sulmona dove il 19 aprile 2003, sconfitta dal dolore e dalla depressione, decise di spararsi un colpo in testa. L’esperienza più tragica fu la perdita del compagno, Umberto Mormile, educatore del carcere, conosciuto durante la permanenza a Parma. Un amore profondo, spesso coltivato a distanza dopo i reciproci trasferimenti, infranto da due killer in motocicletta nell’aprile 1990 e rivendicato da una fantomatica ‘Falange Armata’: una morte inaspettata e misteriosa di cui non riuscirà a scoprire i mandanti. Armida Miserere aveva trentatré anni e quel lutto l’avrebbe segnata in modo irreparabile. Era l’inizio di un calvario fatto di telefonate notturne, di vita blindata e di altri ‘avvertimenti’ che alimentavano in lei il sospetto che la morte del compagno fosse stata un modo per colpirla. Diversi i riferimenti alla nostra città, dalle chiacchierate con Mormile passeggiando sotto i portici ai lungimiranti progetti di Mario Tommasini per rendere il carcere un ‘luogo migliore’. Ma anche l’inchiesta sull’ex direttore del carcere che ‘si sarebbe fatto aiutare da alcuni detenuti per costruire la villa’ e, pur essendo un ‘buon direttore’, preferì ritirarsi in pensione con anticipo. Sullo sfondo della vicenda umana affiora la quotidianità del penitenziario, con i suoi riti ed i suoi linguaggi, le soddisfazioni, le tensioni e le amarezze di coloro che ci lavorano. ‘Fimmina bestia’ la chiamavano all’Ucciardone, e lei non seppe mai se il soprannome glielo avevano dato i detenuti o gli agenti. Ma dal ritratto emerge una commovente umanità, una solitudine dai connotati estremamente femminili. Nel ruolo era perfetta, senza famiglia, senza paura, senza nulla da perdere: ‘sei la migliore’ le dicevano e poi le affidavano il ‘lavoro sporco’. Fino a quella notte di aprile del 2003 a Sulmona, quando la sua calibro nove ‘spense tutte la luci’”. Carlo Bocchialini

CITY (22 gennaio 2007)
“Una donna che sceglie un mestiere da uomo. Una donna che non sopravvive alla morte del suo uomo. ‘Armida Miserere era direttrice di carcere, con la fama di dura. Una carriera che comincia a 28 anni, una professione che confina con la missione, ancora più difficile perché è una donna che fa un mestiere da uomini. Una donna però incredibilmente fragile’. In queste poche righe, Cristina Zagaria, giornalista di “La Repubblica”, presenta la protagonista del suo primo libro ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’ (Dario Flaccovio, 14,50 euro, 314 pagine). Prima vicedirettore a Parma, poi gli incarichi a Voghera, con le terroriste irriducibili, Pianosa tra i boss mafiosi, l’Ucciardone a Palermo, infine a Sulmona. A guidarla, la convinzione che dal carcere si possa uscire persone diverse. Ma il 19 aprile del 2003 la forte Armida decide di uccidersi sparandosi un colpo in testa, sfinita dalla fatica dei compromessi mai accettati e dal dolore per la morte del suo compagno, operatore al carcere di Opera, assassinato nel 1990”.

LA REPUBBLICA – BARI (18 gennaio 2007)
“Armida Miserere era una direttrice di carcere: ha lavorato a Parma, Voghera, a Pianosa, tra i boss della mafia, all’Ucciardone e a Sulmona. Il 19 aprile del 2003 però ha deciso di togliersi la vita sparandosi un colpo in testa. Il libro, che attinge anche da documenti inediti, indaga nella storia della Miserere, ricostruendone la figura fra pubblico e privato”.

QUOTIDIANO DI BARI (17 gennaio 2007)
“‘Armida Miserere era direttrice di carcere, con la fama di dura. Una carriera che comincia a 28 anni, una professione che confina con la missione, ancora più difficile perché è una donna che fa un mestiere da uomini. Una donna però incredibilmente fragile’. In queste poche righe, Cristina Zagaria, giornalista del quotidiano ‘La repubblica’, presenta la protagonista del suo primo libro ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’ (edito da Dario Flaccovio). Perché un libro su Armida Miserere: ‘quando ho scritto questo libro – ha detto Cristina Zagaria – pensavo alle donne come me, come tante mie amiche, come tante donne che conosco e che tanto della loro vita dedicano al lavoro. Non siamo ‘Armide’ ma Armida può insegnarci tanto’. Per scavare a fondo nella storia di Miserere e ricostruirne la vita pubblica e privata Zagaria ha consultato anche documenti inediti forniti dalla famiglia e apre il suo lungo racconto immaginando l’arrivo della donna nel carcere di Parma, suo primo incarico… E Cristina continua a raccontare da quel giorno: prima a Parma, poi gli incarichi a Voghera, dove erano detenute le terroriste irriducibili, Pianosa tra i boss mafiosi, l’Ucciardone a Palermo, infine a Sulmona. Una personalità forte – sottolinea Zagaria – segnata in modo indelebile dal dolore per la morte del suo compagno Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera, vicino a Milano, che viene assassinato nel 1990. E Armida Miserere decide, quando è a Sulmona, il 19 aprile del 2003 di uccidersi, e lo fa sparandosi un colpo in testa. ‘Il carcere abruzzese non è nuovo a gesti estremi – sottolinea Zagaria – e molti danno la colpa di questo ennesimo suicidio all’isolamento eccessivo a cui sono sottoposti gli abitanti della casa circondariale’. Ma l’intento dell’autrice – che si è occupata e si occupa di cronaca nera – è anche ‘mettere in evidenza i retroscena di un’esistenza vissuta sempre al massimo della tensione’ e offrire ‘una panoramica sulla quotidianità del carcere: un altro punto di vista per comprendere i protagonisti e le comparse di stagioni criminali che vanno dal terrorismo alla guerra di mafia”.

QUOTIDIANO DI BARI (16 gennaio 2007)
“‘Miserere’ è la storia di Armida Miserere, direttrice di varie carceri italiane che aveva fama da ‘dura’ e che ha però concluso la sua esistenza con il suicidio”.

ANSA – BARI (16 gennaio 2007)
“‘Armida Miserere era direttrice di carcere, con la fama di dura. Una carriera che comincia a 28 anni, una professione che confina con la missione, ancora più difficile perché è una donna che fa un mestiere da uomini. Una donna però incredibilmente fragile’. In queste poche righe, Cristina Zagaria, giornalista nelle redazione milanese del quotidiano ‘La Repubblica’, presenta la protagonista del suo primo libro ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’ (Edito da Dario Flaccovio). Perché un libro su Armida Miserere: ‘quando ho scritto questo libro – ha detto Cristina Zagaria – pensavo alle donne come me, come tante mie amiche, come tante donne che conosco e che tanto della loro vita dedicano al lavoro. Non siamo ‘Armide’ ma Armida può insegnarci tanto’. Per scavare a fondo nella storia di Miserere e ricostruirne la vita pubblica e privata Zagaria ha consultato anche documenti inediti forniti dalla famiglia e apre il suo lungo racconto immaginando l’arrivo della donna nel carcere di Parma, suo primo incarico. ‘Vicedirettrice di un carcere. Armida sei pronta? Se lo chiede. Ha paura. Il carcere… Sei stata a San Vittore. Sei una criminologa. Hai una laurea in Legge, una specializzazione. E le spalle forti, si ripete, sei figlia di un militare. Papà vedrai ce la farò. Vicedirettrice’. E Cristina Zagaria continua a raccontare da quel giorno: prima a Parma poi gli incarichi a Voghera, dove erano detenute le terroriste irriducibili, Pianosa tra i boss mafiosi, l’Ucciardone a Palermo, infine a Sulmona. Una personalità forte – sottolinea Zagaria – segnata in modo indelebile dal dolore per la morte del suo compagno Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera, vicino a Milano, che viene assassinato nel 1990. E Armida Miserere decide, quando è a Sulmona, il 19 aprile del 2003 di uccidersi, e lo fa sparandosi un colpo in testa. ‘Il carcere abruzzese non è nuovo a gesti estremi sottolinea Zagaria – e molti danno al colpa di questo ennesimo suicidio all’isolamento eccessivo a cui sono sottoposti gli abitanti della casa circondariale’. Ma intento dell’ autrice – che si è occupata e che si occupa di cronaca nera – è anche ‘mettere in evidenza i retroscena di una esistenza vissuta sempre al massimo della tensione’ e offrire ‘una panoramica sulla quotidianità del carcere: un altro punto di vista per comprendere i protagonisti e le comparse di stagioni criminali che vanno dal terrorismo alla guerra di mafia’”.

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO (4 gennaio 2007)
“Un libro a metà strada tra un giallo, un saggio e un’autobiografia. Una storia costruita come un romanzo che narra la vita di Arminda Miserere, direttrice di carcere con la fama da dura, morta suicida a Sulmona il 19 aprile 2003. La vicenda ricostruita dalla Zagaria va oltre il caso di cronaca e narra innanzitutto l’esistenza di una donna che ha scelto un mestiere da uomo”. Nicola Morisco

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO (gennaio 2007)
“11 aprile 1990. Muore Umberto Mormile, freddato con sei colpi di pistola mentre alla guida della sua Alfa 33 raggiunge il carcere di Opera, in Lombardia. Umberto era un educatore, e un uomo onesto. Secondo la ricostruzione giudiziaria, fu ucciso perché rifiutò una mazzetta di trenta milioni offertagli per far avere un permesso premio ad un boss della ’ndrangheta, detenuto in carcere. Gli esecutori materiali del delitto saranno condannati il 15 febbraio 2006. E’ tutt’ora in corso il processo contro il presunto mandante. E’ una ricostruzione puntuale quella che la giornalista tarantina Cristina Zagaria propone in ‘Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’ (Dario Flaccovio Editore, Palermo 2006, pp. 312, euro 14.50), ottenuta attraverso occhi, emozioni e umori della protagonista del libro, la compagna di Umberto. Il testo è basato su diario e appunti di Armida Miserere, direttrice dei carceri di mezz’Italia (da Palermo a Torino, passando per Parma, Sulmona, e il super-penitenziario dell’isola di Pianosa), morta suicida il 18 aprile 2003. Una donna vera, distrutta dall’omicidio del suo compagno. Una donna dura, come l’hanno sempre descritta le cronache. Al punto da non cedere mai alla tentazione di dimenticare. Ma il suo resistere le sarà fatale. Miserere si apre e si chiude con l’estremo gesto della direttrice. Secondo l’autrice anche lei «uccisa, nel modo più terribile. Giorno dopo giorno. In silenzio» dalla mafia. Complice «l’impudenza dell’onestà». Nel libro è ripercorsa cronologicamente la carriera professionale di Armida Miserere e, capitolo dopo capitolo, si costruisce la tesi di Cristina Zagaria: Armida è una vittima «collaterale». Due gli atti d’accusa che percorrono le pagine del libro: la lentezza del meccanismo giudiziario che nega la verità ad Armida sulla morte di Umberto (sedici anni per la condanna definitiva) e la guerra strisciante, occultata, per cui non si può chiedere tregua perché non la si conosce, tra Stato e mafia. E pensare che Armida, già pochi giorni dopo l’agguato di Umberto, aveva sospetti fondati sui responsabili. Ma la guerra non lascia sul campo solo le vittime di agguati. Non uccide solo con le pallottole. Uccide con le minacce. Uccide dentro. Così l’11 aprile di tre anni fa muore anche Armida Miserere, pur continuando a vivere, a dettare regole ferree nelle carceri, prima direttrice donna in Italia. La sua (non) vita sarebbe piena di soddisfazioni professionali: le promozioni, le lodi del ministro della giustizia, l’amicizia sincera con il procuratore Giancarlo Caselli. Ma tutto scorre sulla sua pelle senza lasciare traccia. Scivola. Zero sensazioni. Il libro della Zagaria ha un grande merito: nelle pagine si raggiunge una grande empatia tra autrice e protagonista. Così l’introspezione diviene un processo possibile. E può spiegare l’inspiegabile: il suicidio. Aiuta la Zagaria l’essere donna. E così cancella con il suo libro quell’antipatica etichetta («un uomo mancato») che ha accompagnato vita e morte di Armida Miserere. Cristina Zagaria la racconta nell’intimo. La scopre e la descrive fragile e sensuale. Rendendo giustizia a un ritratto diverso da quello che era stato dipinto in precedenza dalle cronache di giornali e riviste. Un libro utile, tessera di un mosaico. Chissà quando sarà possibile guardarsi indietro e avere una visione d’insieme di questo mosaico: l’Italia che combatte contro se stessa e dove non vince quasi mai chi sta dalla parte del giusto. In Miserere c’è un fronte della guerra spesso dimenticato: le carceri. L’ambiente, dove si impara a camminare strisciando con le spalle al muro e a non pronunciare mai il nome di nessuno, è descritto egregiamente. La prosa svelta e lo stile giornalistico della Zagaria si adattano alla perfezione alla drammatica biografia romanzata di Armida Miserere. Cronista di nera de La Repubblica, Cristina Zagaria fa così il suo esordio letterario. Chiuso il suo Miserere resta inquietudine e amarezza. E una gran voglia di fare proprie la determinazione, l’impegno professionale, l’inflessibilità di Armida e Umberto, servitori dello Stato, caduti sul campo”. Lorenzo Marvulli

POLIZIA PENITENZIARIA (dicembre 2006)
“E’ davvero un bel libro quello che racconta la straordinaria storia di Armida Miserere, direttrice di carcere con fama da dura morta suicida tre anni e mezzo fa a Sulmona, in Abruzzo. A raccontare la vicenda – testimonianza di una fedeltà assoluta alle istituzioni e struggente storia d’amore – è la giornalista Pristina Zagaria, che con l’editore Dario Flaccovio ha pubblicato ‘Miserere – Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’. Un libro che attinge anche da documenti inediti, forniti dalla famiglia, che scava a fondo nella storia di questa straordinaria donna e ne ricostruisce la vita pubblica e privata, profondamente segnata da un dolore mai sopito: la morte del suo compagno Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera, vicino Milano, assassinato nel 1990. Sono certo che in tanti, nel Corpo e nell’Amministrazione, hanno più di un ricordo personale di Armida Miserere. La ricordo quando al DAP collaborava con magistrati antimafia del calibro di Giancarlo Caselli e Alfonso Sabella. Ma nei ricordi c’è anche la Sua immagine di direttore, che con indosso la nostra tuta mimetica e sulle labbra l’immancabile sigaretta, gestiva realtà difficili come Pianosa e Palermo. La carriera di Armida Miserere era cominciata a 28 anni: una professione al confine con la missione, ancora più difficile per una donna che ha scelto di fare un mestiere da uomini. A Parma, a Voghera, a Patinosa e infine a Sulmona, dove il 19 aprile 2003 si spara un colpo alla testa. E proprio attraverso le vicende della protagonista, il testo offre anche una panoramica sulla quotidianità del carcere, sui ruoli, le dinamiche, i risvolti psicologici di chi vive e sopravvive in un penitenziario, siano essi addetti ai lavori o detenuti. Questo libro, che si legge tutto d’un fiato, è una testimonianza di riconoscenza ad un ‘servitore dello Stato’ – nell’accezione più nobile del termine –. Ad una grande Donna”. Roberto Martinelli

IL CORRIERE LAZIALE (21 dicembre 2006)
“Si intitola ‘Miserere – Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’ ed è scritto dalla giornalista di Repubblica Cristina Zagaria (edito da Dario Flaccovio Editore). Armida Miserere è stata la direttrice di numerose carceri (tra queste, Palermo, Torino, Milano e tante altre) e ha collaborato con magistrati antimafia del calibro di Giancarlo Caselli e Alfonso Sabella. La Miserere, pur con la sua fama da dura, è morta suicida, per non aver più retto – dopo tanti anni di lavoro – allo stress della sua vita professionale e alla morte del suo compagno Umberto Mormile, un educatore carcerario assassinato mentre aveva una relazione con lei. Il libro, realizzato dall’autrice anche grazie alla collaborazione della famiglia Miserere e con l’accesso al diario personale della stessa protagonista, è un romanzo crudo e vero, senza ipocrite ellissi, equilibrato e potente. E’ un libro che colpisce nel bersaglio grosso delle miserie della nostra allegra civiltà e poi lavora di fino nella zona grigia dei nostri rimorsi e della nostra insopprimibile aspirazione ad una vita più autentica e armoniosa. Si esce dalla sua lettura profondamente inquieti e toccati, scossi nelle nostre certezze, cambiati, certi di una grande acquisizione spirituale. La direttrice del supercarcere di Sulmona si uccise sparandosi un colpo di pistola alla testa, nell’abitazione annessa al carcere in cui la donna viveva. Lei stessa si definiva ‘una dura, che non dirige certo un grand hotel’. In un’intervista a ‘Io donna’ del novembre 1997 aveva bollato come ‘boiate’ i trattamenti risocializzanti… Sul piano della vita privata però un fatto sconvolse la sua vita alcuni anni prima del suo suicidio: il suo compagno, Umberto… fu ucciso in un agguato… Armida Miserere, prima di morire fa scritto una lettera trovata dai soccorritori nell’abitazione. In questa missiva, la donna attribuirebbe la responsabilità della sua decisione a quelli che le hanno ‘rovinato la vita’. Non ci sarebbe nessun riferimento più chiaro: ma potrebbe trattarsi degli assassini del suo uomo. La copertina semplice e bianca – che lascia a una catena il senso del sottotitolo e di tutto il libro – fa già riflettere, ma all’interno è tutto più difficile, duro, doloroso. Perché le parole di Cristina Zagaria snocciolano la vita di una persona che ha consacrato la sua vita e tutta se stessa ad una missione tutt’altro che facile. L’Armida Miserere che la Zagaria ci propone però non è solo ‘il direttore’ dal pugno di ferro, ma anche la donna con la sua anima a nudo e i suoi sentimenti. Lo stile della Zagaria è diretto, efficace, sobrio e colpisce dritto al cuore e la ragione, nel racconto di una vita sempre in prima fila, sempre alle prese con la guerra quotidiana della sua vita, sempre alle prese di una intricata ragnatela che rende tutto una lotta continua”. Maria Antonietta Amenduni

STILOS (19 dicembre 2006)
“Una donna coraggio, Armida Miserere. E il romanzo-biografia della Zagara le riconosce tutto: tra virtù e ostinazione, tra debolezze celate e confidenze preziose. La Miserere era direttrice di carcere con la fama di essere ‘tutta d’un pezzo’. Una carriera iniziata a 28 anni. Il libro prende avvio dalla sua fine, quel 19 aprile 2003, quando la Miserere decide di spararsi un colpo in testa nel carcere di Sulmona. Una personalità forte, segnata indelebilmente dalla morte del suo compagno, Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera, vicino Milano, barbaramente ucciso nel 1990.” Gianni Paris

IL CENTRO (18 dicembre 2006)
“’Armida il ‘colonello’ ha osato dire di no alla ’ndragheta. E forse quel no non ha offeso solo l’anti-Stato. Così la mafia, quella vera, prima l’ha punita togliendole l’uomo che amava, poi l’ha condannata alla solitudine, al senso di colpa. E alla fine l’ha uccisa, nel modo più terribile. Giorno dopo giorno. In silenzio’. Si conclude così il volume ‘Miserere’ di Cristina Zagara. Non è un giallo, i fatti sono tutti purtroppo noti e non è un delitto svelarne le ultime righe. Il libro, scritto dalla giornalista di Repubblica, è la ricostruzione della vicenda umana di Armida Miserere. Il 19 aprile 2003, quando era direttrice del supercarcere di Sulmona, Armida Miserere si è suicidata con un colpo di pistola alla testa. Aveva 47 anni. Cristina Zagara non ha mai incontrato direttamente Armida Miserere ma l’ha conosciuta bene attraverso le testimonianze di chi le ha voluto bene”. Paolo Di Vincenzo

LA REPUBBLICA – BOLOGNA (15 dicembre 2006)
“E’ la storia di ‘una direttrice di carcere con la fama da dura’. La storia di una donna che decise di uccidersi nella sua stanza, il 19 aprile del 2003, nel carcere di Sulmona. Un colpo di pistola alla testa. La vita, il romanzo, il diario di Armida Miserere è semplicemente ‘Miserere’, il primo romanzo di Cristina Zagaria, giornalista di Repubblica e ‘offre – si legge nella presentazione – una panoramica sulla quotidianeità del carcere, i ruoli, le dinamiche di chi vive e sopravvive in un penitenziario”.

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO (15 dicembre 2006)
“Miserere, un cognome scandito dal destino sotto forma di preghiera tragica, di perdono richiesto sull’orlo degli inferi. Così per la direttrice del supercarcere di Sulmona, trovata suicida con un colpo di pistola il 19 aprile 2003. Fermandosi alla cronaca, una cifra da aggiungere al novero quotidiano di morti che rimpolpano i notiziari. Invece si trattava di un’esistenza scandita dalle vicende della quali era fatta. Armida Miserere veniva da un passato che l’informazione in diretta non poteva contenere né articolare. Lo ricostruisce oggi Cristina Zagaria. ‘Miserere’ è però un libro che si legge a parte dalla protagonista di riferimento. Perché la tecnica dell’inchiesta qui sfocia dalla prima pagina nel ritmo inesorabile dell’epica. Non n romanzo, certo. La Zagara attinge al diario di Armida, alle testimonianze di chi la conobbe e alla documentazione relativa. Ma il personaggio che si va delineando, capitolo dopo capitolo, acquisisce una specie di consistenza letteraria. La quale, come accade nei casi di lucido lavoro analitico, finisce per restituire la verità sfuggita sul campo. Infatti, in margine al volume sono riportate le parole di una persona che visse da vicino gli eventi: ‘Armida l’ho riconosciuta perfettamente’. Succede anche al lettore, quando esamina il messaggio lasciato dalla donna prima di togliersi la vita. La crudezza delle sue parole, impietose soprattutto verso se stessa, corrisponde al ritratto che ne è venuto lungo l’arco della sua biografia. Quest’ultima si snoda per tappe dall’apparenza ordinaria. Studi di giurisprudenza, specializzazione in criminologia… all’incarico di Voghera, dove la Miserere ha l’occasione di osservare con uno sguardo molto ravvicinato gli artefici della lotta armata. La nomina a vicedirettore del carcere di Parma le regala l’incontro con Umberto Mormile, l’operatore penitenziario al quale si lega. L’affetto che coinvolge la donna è tanto più essenziale, primario, denso, quanto più contrapposto all’oppressione, alla coattività, alla claustrofobia dell’universo carcerario. Mormile riversa nel proprio ruolo un impegno sincero e solare, che lo porta a instaurare rapporti di fiducia e credibilità con i detenuti. La Miserere osserva i suoi metodi ed è ancora più pervarsa di sentimento per l’uomo che sembra aver stabilizzato il naturale bisogno di reciprocità che alberga in ognuno. Ma l’11 aprile 1990, Umberto Mormile viene assassinato in auto, mentre va al carcere di Opera, il suo attuale posto di lavoro. Circostanze, finalità e scopi della feroce eliminazione saranno sviscerati a livello processuale. Si parlerà del risentimento di qualcuno che, dietro le sbarre, non aveva gradito una decisione di Mormile… Ripetutamente la Zagara stacca sui ritorni della Miserere a Casacalenda, il piccolo centro molisano di cui è originaria la famiglia della donna. Armida vi ritorna a cercare le radici divelte dall’emigrazione a Taranto, dalla morte del padre e della madre. E il ‘nostos’, l’itinerario del ritorno. Mentre, purtroppo per Armida, la sua strada procedeva nell’unica direzione dell’andata”.

QUOTIDIANO DI BARI (14 dicembre 2006)
“Questo interessante romanzo racconta, con il supporto di documenti inediti, la vera storia – pubblica e privata – di Armida Miserere, direttrice di numerose carceri italiane e donna con fama da dura che, nonostante la sua forza e il suo impegno, ha concluso la propria esistenza con il suicidio”.

REPUBBLICA.IT (14 dicembre 2006)
“Parma, Lodi, Voghera, ancora Parma, Pianosa, Ucciardone. Un lungo pellegrinaggio da un carcere all’altro per vent’anni e per di più i vent’anni più duri tra mafia, P2 e terrorismo. E’ la storia raccontata da Cristina Zagaria in ‘Miserere, vita e morte di una servitrice dello Stato’ (Flaccovio, 14,50 euro). Armida Miserere era giovane, sportiva e tosta quando iniziò a lavorare come vicedirettrice del carcere di Parma, una delle prime donne a ricoprire questo ruolo in un mondo di maschi. Era preparata al lavoro e preparata a sopportarne pesi, solitudine e spaesamento. Il libro mette insieme i fatti di cronaca che messi uno vicino all’altro basterebbero, poi li raccorda romanzandoli, inserisce pensieri, pezzi di amicizie e ricordi di famiglia, riflessioni intime ricavate dal diario che Armida teneva e dalle lettere che scriveva. E soprattutto la storia d’amore con l’educatore carcerario che cadrà in un agguato di ‘ndrangheta lasciandola stavolta sì sola. Definitivamente sola. Al punto che la dura vita che aveva sempre fatto inseguendo un’idea di carcere che tutti gli altri vedevano inconciliabile con la prima linea, divenne insostenibile. E lei decise di chiuderla”. Dario Olivero

LATELANERA.COM (12 dicembre 2006)
“Armida Miserere era una direttrice di carcere con la fama da dura. Una carriera che comincia a 28 anni, una professione che confina con la missione, ancora più difficile perché è una donna che fa un mestiere da uomini. A Parma, a Voghera, a Pianosa e infine a Sulmona, dove il 19 aprile 2003 decide di spararsi un colpo in testa. Il libro, che attinge anche da documenti inediti forniti dalla famiglia, scava a fondo nella storia della Miserere e ne ricostruisce la vita pubblica e privata. Una personalità forte, segnata da un dolore mai sopito: la morte del suo compagno Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera, vicino Milano, barbaramente assassinato nel 1990. Il testo offre anche una panoramica sulla quotidianità del carcere, sui ruoli, le dinamiche, i risvolti psicologici di chi vive e sopravvive in un penitenziario, siano essi addetti ai lavori o detenuti. Il libro inizia e finisce con il suicidio della protagonista. Chi immagina sia la storia di una sconfitta non conosce Armida Miserere, “servitrice dello Stato” da quando aveva 28 anni e per quasi tutta la vita inflessibile e integerrima direttrice delle più difficili carceri italiane. Invidiata e poco amata tanto dai colleghi quanto dai detenuti, fu considerata un uomo mancato. Eppure nella sua biografia, ricostruita con cura e affetto dalla giornalista Cristina Zagaria attraverso testimonianze di parenti e amici e al diario al quale non temeva di confidare la sua fragilità, traspare tutta la femminilità di una donna troppo spesso costretta a nascondersi dietro una corazza da dura con la quale identificarsi e nascondersi nei momenti di sconforto. Affermazioni come “per me il carcere deve essere un carcere e i detenuti devono sempre fare il loro mestiere. Io non faccio il direttore del Jolly Hotel, ma dirigo un luogo di condanna per efferati delitti” ci fanno comprendere l’inflessibilità e l’impegno che mostrò nel lavoro quotidiano; altre come ‘Il carcere ha deflorato le mie speranze. Mi ha preso tutto ciò che avevo… Il carcere è un fiume sotterraneo, che scorre profondo e tutto corrode… è una mina vagante, anche il più tranquillo, perché in carcere trovano sfogo le frustrazioni di carcerati e carcerieri insieme.’ ci fanno riflettere, mostrando le prigioni per quello che sono; ci resteranno però impressi nella memoria soprattutto le dichiarazioni d’amore per il suo Umberto, portatole via troppo presto, l’unico con cui si sentiva donna, ‘protetta’, ucciso per volontà di chi la direttrice Miserere fin da subito aveva individuato come mandante, ma che solo quindici anni dopo fu riconosciuto colpevole. E Armida si era già uccisa, lasciando una lettera d’addio in cui ha scritto con rabbia: ‘… Mi resta un ultimo atto di coraggio che peserà come un macigno per chi mi ha tradita, offesa, venduta rinnegata… Auguro morte e infamia, dolore e sofferenza a chi mi ha dato morte dolore e sofferenza… Auguro vite distrutte così come con leggerezza è stato distrutto quel che resta della mia. Non mi perdono di aver creduto in un sogno. Non posso perdonare chi quel sogno ha distrutto.’ Sì, il libro parla di una suicida, ma non è la storia di una sconfitta; è un romanzo d’amore e di lotta, di passione e battaglie che a volte sembra impossibile o, peggio ancora, inutile vincere; è un libro per il quale si spera un finale diverso, però è una storia vera e non si può cambiare. Si può solo sperare che abbia giustizia, che l’uomo che fece assassinare Umberto Mormile e uccise il cuore di Armida Misere finalmente paghi per le sue colpe. Biancamaria Massaro

CORRIERE DEL GIORNO (12 dicembre 2006)
“E’ il 19 aprile 2003. Un colpo di pistola rimbomba nei piani alti del carcere di Sulmona. Lo spettacolo che si rivela agli agenti è terribile. La notizia, come in genere tutte le altre, stazionerà due o tre giorni nelle cronache dei giornali per poi sparire: la direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere, una donna distintasi per la sua capacità e la sua onestà, si è sparata un colpo di pistola alla testa. Molti osserveranno che il carcere abruzzese non è nuovo a questo genere di gesti e rinchiuderanno le spiegazioni nel cestino del privato psicologico, nell’isolamento, quindi nella depressione. E invece qualcuno ha voluto indagare più a fondo nella storia umana di questa giovane e inflessibile funzionaria, che già a ventotto anni diventa uno dei dirigenti di istituti penitenziari più apprezzati e contesi. Quella ricostruzione ora è un libro, un romanzo verità, dallo stano titolo che suona invocazione e provocazione, pur presentando semplicemente il cognome della protagonista di questo crudo, a tratti angosciante, sempre coinvolgente racconto: ‘Miserere’! Autrice del libro, edito dal palermitano Dario Flaccovio editore, che reca il sottotitolo ‘Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’, è Cristina Zagara, una giovane ma già affermata giornalista di La Repubblica, tarantina doc, nata in questa città nel giugno 1975… Ma chi è Armida Miserere? Cosa racconta il rmanzo? Racconta la storia e la vicenda umana di questa giovane direttrice che sceglie un mestiere difficile un po’ per caso, ma che svolge poi con tutte le sue forze nelle carceri di mezz’Italia, anche nelle supercarceri, dove è spesso inviata per drizzare vicende contorte… Il libro, che attinge anche da documenti inediti forniti dalla famiglia, rivela come, in fondo, quella forte personalità forte fosse stata segnata profondamente da un dolore mai sopito: la morte del suo compagno Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera, vicino Milano, assassinato nel 1990… Si avverte chiaramente che Cristina ha vissuto i sentimenti di Armida Miserere, ne ha condiviso l’angoscia, si è impossessata delle sue reazioni, dei suoi stati d’animo, per renderla credibile e comprensibile al tempo stesso. Il racconto avanza quasi sottoforma di lanci s’agenzia. Densi e sintetici come li vuole uno dei principali assiomi del giornalismo moderno, senza rinunciare alla profondità, all’introspezione psicologica. E’ costruito come una lunga pagina di cronaca e di questa ha i ritmi incalzanti e spietati, la costruzione psicologica dei personaggi si rileva con metodo deduttivo, dalle loro stesse parole o dalle reazioni raccontate con meticolosità. Lascia l’amaro in bocca (e certamente non intendeva perseguire scopo diverso) la ricostruzione della vita di una donna che, come tanti altri, uomini e donne a noi contemporanei , ognuno in maniera diversa e secondo un percorso diverso, ha pagato con la propria vita, la serietà con la quale hanno interpretato il loro servizio allo Stato. ‘Armida il ‘colonello’ ha osato dire di no alla ’ndragheta. E forse quel no non ha offeso solo l’anti-Stato. Così la mafia, quella vera, prima l’ha punita togliendole l’uomo che amava, poi l’ha condannata alla solitudine, al senso di colpa. E alla fine l’ha uccisa, nel modo più terribile. Giorno dopo giorno. In silenzio’. Un racconto avvincente e inquietante che ci fa conoscere un volto nuovo di Cristina e ci fa sperare in sue future prove narrative”. Silvano Trevisani

IL GIORNO (9 dicembre 2006)
“L’‘Atto finale’, il maxi processo nato dall’ultima grande inchiesta sulla ‘ndragheta a Milano, non è ancora concluso. Alla sbarra ci sono, fra gli altri, Franco Coco Trovato, Antonio Papilla, Pepè Flachi, i capi dei tre grandi clan calabresi che a metà degli anni ottanta, superando diffidenze e vecchi rancori, si unirono per fare piazza pulita della concorrenza. E piazza pulita fu davvero, un massacro in cui persero la vita decine di persone e che garantì per anni alla Grande Cupola il controllo su tutto ciò che intorno a Milano si muoveva di illecito, e non solo di illecito. La Cupola ammazzava senza starci troppo a pensare, per i motivi più diversi. Fra i tanti uccise nel ’90 anche Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera, colpevole di aver negato un favore a un boss. E un po’ uccise anche la sua compagna di allora Armida Miserere, direttrice del carcere di Lodi e poi del supercarcere di Sulmona, dove tre anni fa la donna si è tolta la vita. Ora la storia di Armida Miserere è diventata un libro. A raccontare la vicenda – testimonianza di fedeltà alle istituzioni e struggente storia d’amore – è la giornalista Cristina Zagara, che con l’editore Dario Flaccovio ha pubblicato ‘Miserere – vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’ (314 pagine, euro 14.50). La sua carriera comincia a 28 anni: una professione al confine con la missione. E’ il racconto in presa diretta di una vita, in un crescendo di misteri, missioni e paura… da Lodi a Parma, a Voghera, a Pianosa e infine a Sulmona, dove il 19 aprile 2003 si spara un colpo alla testa. Suicidio? O omicidio? Il libro, che attinge anche da documenti inediti forniti dalla famiglia, scava a fondo nella storia della Miserere e ne ricostruisce la vita pubblica e privata. Una storia di segreti e bugie, di lavoro portato fino alle estreme conseguenze, di amore e solitudine. Una personalità forte, segnata da un dolore mai sopito: la morte del suo compagno Umberto Mormile”. M. Cons.

LA REPUBBLICA – MILANO (9 dicembre 2006)
“Come ricordava recentemente Ian Mc Ewan, chi scrive un romanzo sui fatti veri dipende per forza dalle parole di chi li ha vissuti. Bella sfida, quando i fatti sono trascritti in falconi di inchieste, giornali, fasci di lettere e in un diario annotato dalla stessa formidabile protagonista: la dura, intelligente e sfortunata direttrice di carcere Armida Miserere. Nome perfetto per un’eroina tragica che ha governato penitenziari difficili durante 20 anni di terrorismo, trame, mafia. Ed è morta suicida nel 2003, piegata da un lutto privato e forse dalla fatica della prima linea. Cristina Zagara, che quella storia la conosce da cronista di Repubblica, ha deciso di trasformarla in un romanzo sapendo che la verità della narrazione è fatta anche di pensieri, sentimenti, sensazioni. E li ha evocati felicemente dal nulla nel solo modo che ha uno scrittore: diventare il proprio personaggio, lasciarsene possedere per dilatare l’attimo prima e dopo l’evento cruciale (che importa alla cronaca), fino a spiegarlo non in termini di causa ed effetto, ma di logica interiore. Così Armida prende corpo e sangue in mille dettagli minuti e nella storia d’amore con l’educatore carcerario Umberto Mormile. Quando Umberto cade in un agguato di ‘ndragheta, è una protagonista a tutto tondo, la Miserere, che per due terzi del libro il lettore accompagna tra riprese e tracolli, imprese da donna di ferro delle istituzioni (a Pianosa e all’Ucciardone, dove con Caselli lavora a far emergere pentiti importanti di mafia) e fatica di vivere da anima sperduta. Far tornare i conti con tutti i fatti e le date è la prova più ardita del libro. Perché se per dare più definizione alle immagini sgranate l’informatica ha inventato la tecnica dei frattali che riempiono i vuoti tra i pixel, i ‘frattali’ generati dalla macchina per scrivere vogliono aggiungere non solo dettagli, ma senso”. Maurizio Bono

D – LA REPUBBLICA DELLE DONNE (n. 527 dicembre 2006)
“Non è un giallo, non è un saggio, non è una biografia. E’ un po’ tutte e tre le cose, ma soprattutto una storia vera costruita come un romanzo. La vita di Armida Miserere, direttrice di carcere con la fama di dura, una carriera nelle prigioni di mezza Italia (Parma, Voghera, Pianosa) conclusa in modo tragico a Sulmona il 19 aprile 2003. Lei che si spara alla tempia dopo essersi vestita di nero, le foto del suo amore morto ammazzato intorno. La vicenda, per come è stata ricostruita da Cristina Zagara, cronista giudiziaria di Repubblica, va oltre il caso di cronaca e narra innanzitutto l’esistenza di una donna che ha scelto un mestiere da uomo, una servitrice dello Stato originaria di un piccolo paesino del Molise che non scendeva a compromessi sul lavoro ma aveva il vezzo di comprarsi gioielli costosissimi per autoconsolarsi. Attraverso i documenti inediti forniti dalla famiglia, dietro la faccia dura di Armida si scopre la fragilità di una donna spezzata. Ma per farlo è necessario che l’autrice le presti riflessioni, sentimenti e pensieri come a una vera eroina da romanzo. Attenta sempre a farli coincidere coi fatti accertati, perché diventino la premessa di una spiegazione che ha la logica della vita. ‘In alcuni punti la storia è romanzata’, spiega la Zagaria, ‘ma spesso mi è capitato nei diari e nelle testimonianze di trovare esattamente quello che avevo immaginato’. Armida che crede nella legge Gozzini, nel fatto che dal carcere si possa uscire come persone diverse. Ma anche Armida che scrive in una lettera la sua delusione di tutto, e che non si era mai ripresa dalla morte del compagno Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera, vicino Milano, assassinato dalla mafia nel ’90. Zagaria suggerisce che, non trovando più motivazioni in una professione-missione iniziata a 28 anni, Miserere a un certo punto si è arresa. Lo ha fatto alla soglia dei ciquant’anni, il momento in cui molte donne fanno il bilancio della vita. Il resto è silenzio. E una storia che si poteva raccontare solo così”. Antonella Fiori

IL CENTRO (24 novembre 2006)
“E’ diventato un libro la straordinaria storia di Armida Miserere, direttrice di carcere con fama da dura, morta suicida tre anni e mezzo fa a Sulmona. A raccontare la vicenda – testimonianza di fedeltà alle istituzioni e struggente storia d’amore – è la giornalista Cristina Zagaria, che con l’editore Dario Flaccovio ha pubblicato ‘Miserere – Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’ (314 pagine, euro 14,50). La carriera di Armida Miserere era cominciata a 28 anni: una professione al confine con la missione, ancora più difficile per una donna che ha scelto di fare un mestiere da uomini. A Parma, a Voghera, a Pianosa e infine a Sulmona, dove il 19 aprile 2003 si spara un colo alla testa. Il libro, che attinge anche da documenti inediti forniti dalla famiglia, scava a fondo nella storia della Miserere e ne ricostruisce la vita pubblica – tra cui la collaborazione con magistrati del calibro di Giancarlo Caselli e Alfonso Sabella – e privata”.

KULTUNDERGROUND.ORG (23 novembre 2006)
“Non si sentono le note di Don Raffae’ nel libro ‘Miserere’ della Dario Flaccovio Editore. Non ci sono descritte scene che possano ricordare Prison Break. La copertina semplice bianca perfetta – che lascia ad una catena il senso del lungo sottotitolo (‘Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’) fa già riflettere – ma ‘dentro’ è peggio. Perché “dentro” a questa lunga biografia romanzata c’è la vita di una persona che si è consacrata ad una missione tutt’altro che facile – missione che l’ha portata dai primi anni ottanta a quel 18 aprile 2003 ad essere responsabile (spesso come direttrice, anzi ‘direttore’) di carceri di massima sicurezza, in periodi in cui la tensione storica era massima, e le prigioni erano spesso solo un altro terreno di scontro. Solo un luogo in cui, con regole diverse, lo Stato, e chi lo Stato combatteva, si affrontavano senza esclusioni di colpi. L’autrice dell’opera, Cristina Zagaria, giornalista di Nera per Repubblica, ha avuto il supporto del fratello e degli amici di Armida e quindi è facile supporre che, pure nella trasformazione da cronaca a romanzo biografico, molto sia appena trasposto. E che quindi, quell’opprimente ‘colore grigio’, quel continuo immaginarsi scene in bianco e nero, che permea buona parte delle trecento pagine del libro, sia veramente l’intorno della vita della protagonista. Sia stato il suo mondo. L’aria che ha respirato per più di vent’anni, che riusciva a diventare più fresca e sana solo a tratti – solo a sprazzi. Come se essere “carceriere”, per Miserere, sia stato una sorta di gioco del contrappasso da cui alla fine ha voluto scappare. Certo, questo SE… L’Armida Miserere che la Zagaria ci propone non è forse quella che si può scorgere facendo una rapida ricerca in rete, e anche questo ha un senso. Perché il suo lungo cammino, da quando iniziò nel 1984 come vicedirettrice a Parma, a quando terminò tutto – carriera e vita – a Sulmona nel 2003, è stato compiuto tenendo a mente che ‘non ci si può fidare di nessuno’ (o quasi) e che non si possono evitare tutti gli attacchi, tutti i veleni. Se sei in prima linea, sei in prima linea. Tanto che anche l’episodio tragico e focale della morte (violenta) di Umberto, per Armida, non è certo solo una perdita assoluta di una parte di sè, ma il rimanere – davanti – sapendo che il nemico esiste. Sapendo di non sapere i motivi, i tempi, le ragioni. Sapendo che il nemico ha voce (spesso) e che si sta giocando a scacchi bendati. E che non si può esitare (troppo), non si può cedere, non si può chiudere gli occhi e sperare che tutto passi, che domani le cose che non si gestiscono oggi siano risolte. Zagaria, con uno stile sobrio e molto efficace, riesce a farci capire questo meccanismo complesso senza dovere ricorrere a nessun artificio letterario eclatante. L’angoscia, la paura, la noia, la disperazione o la rabbia sono proposte, descritte, e poi semplicemente sciacquate via da un cambio di data. Perché la vita, la lotta, continua. E quindi ci sono i carcerati, gli episodi, gli incontri con amici e familiari, e poi i trasferimenti, le lettere, le riflessioni. Ritmate solo dallo scorrere inesorabile degli anni. Dalle morti (anche naturali) e dalla storia che si affaccia sempre appena fuori dalle mura del carcere. Certo, tutto ha il sottofondo dell’assenza, della ricerca della verità, e delle morti (non naturali). Ma quando si arriva alla fine si capisce di non avere compreso veramente tutto. Perché non siamo in un film. E quindi molte strade ci sono e basta. Molte cose semplicemente accadono. E il lieto fine non c’è. Perché non c’è stato. Il libro poteva finire con la scritta ‘Palermo 1999′ – come è finito per Jack e Lea. E invece è arrivato oltre. Un po’ per merito di Armida. Un po’ per caso. E questo, sì, questo lo si capisce. E bene. E’ questo in fondo una parte del grigio. Una parte di quel bianco e nero che si percepisce dalla prima all’ultima pagina, nonostante che tutto accada non negli anni settanta – ma più vicino a noi. Molto vicino a noi. Un libro, pur nella sua struttura specifica, molto intenso e coinvolgente. Che non ha mai l’occhio di bue sulla vita carceraria o sui detenuti eccellenti (spesso poco più che descritti) ma che riesce lo stesso a mostrarceli, a raccontare. Un libro che evoca un periodo complesso e lungo della storia d’Italia – proponendoci un figura che starà a noi catalogare come martire, eroe o nessuno dei due – e lasciandoci alla fine a riflettere senza quasi sapere su cosa. Perché c’è una guerra (o più d’una) in corso che non siamo in grado di vedere. E che spesso sembra neppure di capire. Almeno fino a quando qualcuno non ci mostra – con la vita – come fare”. Marco Giorgini

AGI (23 novembre 2006)
“È diventato un libro la straordinaria storia di Armida Miserere, direttrice di carcere con fama da dura morta suicida tre anni e mezzo fa a Sulmona, in Abruzzo. A raccontare la vicenda – testimonianza di fedeltà alle istituzioni e struggente storia d’amore – è la giornalista Cristina Zagaria, che con l’editore Dario Flaccovio ha pubblicato ‘Miserere – Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’ (314 pagine, euro 14,50). La carriera di Armida Miserere era cominciata a 28 anni: una professione al confine con la missione, ancora più difficile per una donna che ha scelto di fare un mestiere da uomini. A Parma, a Voghera, a Pianosa e infine a Sulmona, dove il 19 aprile 2003 si spara un colpo alla testa. Il libro, che attinge anche da documenti inediti forniti dalla famiglia, scava a fondo nella storia della Miserere e ne ricostruisce la vita pubblica – tra cui la collaborazione con magistrati antimafia del calibro di Giancarlo Caselli e Alfonso Sabella – e privata. Una personalità forte, segnata da un dolore mai sopito: la morte del suo compagno Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera, vicino Milano, assassinato nel 1990. Il testo offre anche una panoramica sulla quotidianità del carcere, sui ruoli, le dinamiche, i risvolti psicologici di chi vive e sopravvive in un penitenziario, siano essi addetti ai lavori o detenuti”.

STILOS (21 novembre 2006)
“‘Miserere – Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato’, storia vera del suicidio della Miserere dopo la morte del compagno che era un educatore carcerario, scritto da Cristina Zagaria, giornalista”.

PRIMO PIANO MOLISE (18 novembre 2006)
““Armida Miserere, nata a Casacalenda, in Molise, è stata la direttrice di numerose carceri (tra queste, Palermo, Torino, Milano, Sulmona, Pianosa e tante altre) e ha collaborato con magistrati antimafia del calibro di Giancarlo Caselli e Alfonso Sabella. Pur con la sua fama da dura, la Miserere è morta suicida, per non aver più retto, dopo tanti anni di lavoro, allo stress della sua vita professionale e alla morte del suo compagno Umberto Mormile, un educatore carcerario assassinato mentre aveva una relazione con lei. Cristina Zagaria, giornalista che vive tra Bologna, Bari e Milano dove si occupa di cronaca nera per le pagine di ‘Repubblica’, ne fa un ritratto preciso, scava a fondo nella personalità di una donna ‘fuori dalle righe’, che ha fatto della sua vita nel carcere una missione, ancora più difficile perché è una donna che fa un mestiere da uomini. È proprio questo contrasto tra la durezza del ruolo che ricopre e la fragilità e la paura che l’accompagnano quando la sera è sola, a catturare l’attenzione del lettore, che, attraverso il punto di vista di Armida, attraversa le stagioni criminali che hanno segnato la storia del nostro paese, dal terrorismo alle guerre di mafia. Il libro uscirà su tutto il territorio nazionale il 24 novembre”. Ida Santilli

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