Lettera d’amore di una tata all’Italia

«Firma, firma questo. Vuoi leggere? E tanto cosa capisci? C’è scritto che te ne devi tornare a casa tua, non sei più una tata… via …via dall’Italia».

L’ultimo ricordo

Il mio ultimo ricordo dell’Italia è legato a due voci.La voce di un impiegato del centro immigrati che mi ha costretto a firmare un foglio senza farmi leggere cosa c’era scritto e quella di una poliziotta del commissariato San Ferdinando. Il nome della poliziotta non lo ricordo, ma ricordo la sua voce. Ha passato tutto il tempo con me. Io piangevo e lei, per calmarmi, mi ha raccontato dei suoi figli, ha un maschio e una femmina. E così io le ho parlato delle mie bimbe: Elena, mia figlia che tanti anni fa ho lasciato in Ucraina e Marianna ed Elisa, le piccole di cui mi occupo a Napoli. Ora mi mancano. Per loro sono preoccupata. Non solo per me. Chiedo scusa per il mio italiano. Non ho studiato. L’ho imparato leggendo i giornali e i libri di Tolstoj.

Mi chiamo Halyna

Mi chiamo Halyna Haran. Ho 42 anni. Sono una tata ucraina o se volete una persona “indesiderata sul territorio nazionale”. Il mio decreto di espulsione porta la data dell’8 luglio 2009. La polizia è venuta a prendermi in casa dei miei datori di lavoro. Hanno bussato alla porta e il mio destino è cambiato. Ma qualcuno è venuto a vedere la mia vita? O sono solo un numero? Servo solo a fare statistica?

La mia storia

Nel 2000 sono entrata in Italia abusivamente e ho ricevuto un decreto di espulsione. Allora sui miei documenti c’era scritto Halyna Kucher, perché ero sposata. Quando ho incontrato la famiglia Cozzolino, Fabio, Caterina, Marianna, Elisa, Nuccia e il mio compagno Raimondo, loro mi hanno dato la possibilità di uscire dalla clandestinità. Ero felice. Felice di avere dei documenti come una persona normale. Conosco tanti miei connazionali che vivono in Italia anche da 20 anni come clandestini. A loro sta bene. E anche al Governo. Io ho scelto di autodenunciarmi. Sono tornata in Ucraina. Sono andata all’Ambasciata italiana per chiedere un permesso. Loro mi hanno fatto tante domande. Io ho risposto. Ma nessuno mi ha chiesto perché mi chiamassi Halyna Haran, cioè con il mio cognome da ragazza. Nessuno me lo ha chiesto, perché in Ucraina è normale quando divorzi. E così sono tornata in Italia con un nome diverso. Non volevo fare la furba. Altrimenti non avrei fatto tutto questo. Sarei rimasta nell’ombra: io volevo essere una cittadina italiana. Era quello il mio sogno quando nel 1999, ho lasciato il mio lavoro di centralinista a Termopil, dove guadagnavo 20 dollari al mese, e sono venuta in Italia. Per raccimolare i 500 dollari per il biglietto aereo e il visto turistico ho chiesto un prestito a un usuraio. Ho impiegato anni per ripagarlo. Ma questo è il passato. Quando sono tornata a Napoli nel 2008 avevo passaporto, visto, lavoro e una domanda di permesso di soggiorno. Tutto in regola. Quale furbizia ho fatto? Ho cercato di uscire dalla clandestinità. Questo il mio reato?

Mia figlia

A Termopil, c’è mia figlia Elena, la ragione della mia vita. Ha frequentato i primi due anni dell’Università. Ma ora non potrà iscriversi al terzo. A Napoli ho lasciato Raimondo, il mio compagno, e le mie bimbe. Penso a Marianna, alla sua vivacità, alla sua fantasia. Ha 4 anni. E alla piccola e speciale Elisa. Ha un anno e un angioma al viso. È una bimba che bisogna trattare con delicatezza e forza. Eravamo una famiglia. E ora? Continuo a sentire la voce dell’impiegato del centro immigrazione. Penso che lui ne vedrà tanti di immigrati e sarà esasperato. Come alcuni italiani. Ma io sono Halyna Haran. Ho un nome. E l’Italia, da dieci anni, è la mia casa. È un paese che non mi ha dato solo denaro da spedire in Ucraina. Mi ha una famiglia e un presente. Il mio presente sono Marianna ed Elisa. Qui in Ucraina, per me, c’è solo passato.

Lettera scritta da Halyna Haran e pubblicata oggi da Repubblica

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