malanova

Ma qual’era il punto del non poterne più? Lo spostava sempre più avanti, come un traguardo: della volontà in gara con il dolore“.
Leonardo Sciascia, “Il Cavaliere e la morte”.

Sono partita per la Calabria, per San Martino di Taurianova, il 27 marzo scorso. Avevo una traccia che partiva proprio da questo blog. E un appuntamento, con Rosalba Sciarrone, un avvocato. E basta.
In stazione ho comprato “Il Cavaliere e la morte“. Da Sciascia, da questa frase è cominciato il mio cammino verso Anna Maria e il mio nuovo libro: Malanova, da domani in libreria.

Oh quante cose ho da raccontarvi su questo libro. Ma ogni cosa a suo tempo.
Voltapagina servirà anche a questo. Da oggi sarà anche un diario di bordo. Vi racconterò i passi che farà il libro scritto con Anna Maria Scarfò, ma anche il “dietro le quinte”: come sono arrivata a San Martino di Taurianova, il paese, il mio incontro con Anna Maria.

Oggi, voglio cominciare dal titolo. “Malanova”: non è stato questo il primo titolo scelto, neanche il secondo, ma è il titolo giusto, perchè è anima e forza del racconto. Perché è l’inizio di tutto. “Malanova” in dialetto calabrese significa cattiva notizia, nel peggior senso della frase…è quasi una maledizione…:
Ecco da dove parte tutto:

Nella mia testa non c’è amore, c’è solo l’eco stanca delle loro maledizioni. Non mi danno pace. Come le statue di ghiaccio della prima notte. Inaridiscono i sogni. Fiaccano le mie energie.
“Malanova”.
È la parola che mi fa più male.
Per il mio paese io sono la brutta notizia, la creatura maledetta e come tutte le cattive notizie nessuno mi vuole vedere, accogliere, capire. È più facile allontanarmi. Come fossi un’untrice. Come se potessi incrinare il loro equilibrio millenario.
Odio questa parola. La odio con tutta me stessa.
“Malanova”.
È una bestemmia. È quello che loro hanno cercato di farmi sentire dal giorno della denuncia. E durante gli anni dei processi.
Io sono stata violentata due volte. La prima dal branco. La seconda da chi mi ha isolato, maledetto, minacciato, da chi mi ha fatto sentire sporca, inadeguata, sbagliata.
È la mia terra che mi ha chiamato: “Malanova”.
Battesimo di espulsione ed esclusione il mio.
“Malanova”.
Sembra il nome di una stella. Una stella che porta distruzione e pestilenze. Una stella che assorbe luce e vita, che risucchia tutto e lascia il niente.
Ci penso e comincio a tremare.
Da sola.
Immagino un punto dell’universo e la luce che viene inghiottita in una piega del cielo. Ho freddo.
Sono questo?
“Sono una Malanova?”.
Voglio togliermi di dosso questa maledizione. Questo malocchio. Questa iettatura. Voglio tornare libera.
Voglio imparare ad amarmi e a credere nelle stelle, quelle che guardi cadere, esprimendo un desiderio. E per farlo c’è un solo modo. Partire da dove chi mi maledice si ferma. Partire dalla cattiva notizia.
E così recito la formula di liberazione: “Io sono la Malanova, per chi ha abusato di me, perché non mi fermerò se non davanti alla verità. Io sono la Malanova per chi non crede nella forza delle donne. Io sono la Malanova per quelle madri e quelle mogli, che difendono i loro mariti e i loro figli, per paura, abitudine, ignoranza. Io sono la Malanova per chi nella mia terra ha paura di denunciare, di rompere il silenzio, di cambiare. Io sono la Malanova perché cerco l’amore”.

2 Comments
  • Ott 4,2010 at 17:30

    Non vedo l’ora…

  • Anonymous
    Ott 4,2010 at 15:34

    Accidenti,
    ho letto il post tutto d’un fiato.
    Correrò a comprarlo,
    del resto sono calabrese
    e conosco quell’omertà,
    come quella parola. Pure.

    In bocca al lupo, F.

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