io vi maledico

 
Manca solo un’ora alla chiusura dei seggi di queste elezioni politiche. Io sono al supermercato, non ho ancora pranzato e forse per questo penso al libro di Concita de Gregorio, “Io vi maledico”, che ho terminato di leggere stanotte. Il  libro della rabbia, il libro di chi non ha più fiducia in niente e nessuno, di chi ha perso anche gli ultimi punti di riferimento. Il libro di un’Italia dove oggi “si vincono le elezioni coi voti di un cittadino su dieci”.
Cosa significa essere giornalisti oggi? O meglio fare i giornalisti? Osservare e descrivere quello che accade, far emergere il sentimento comune. Ecco l’Italia di oggi è arrabbiata e sfiduciata. L’Italia che oggi va alle urne non vota perché crede in qualcuno, vota perché è arrabbiato (“Il mio sarà un voto di protesta”), vota contro (“Dobbiamo liberarci di Berlusconi”), vota “turandosi il naso” (e rischia l’asfissia), vota il meno peggio (“Bersani è l’unico decente”), vota un’idea passata, un ideale. Ma non vota perché ci crede.

E allora io faccio la spesa, tra la verdura che scade domani al 50 per cento e i punti sorriso  e ripenso alla rabbia di chi sa che nessuno lo ascolterà mai.

“La rabbia giusta, quella che ha ragione, si chiama indignazione”, scrive Bruno Tognolini in una filastrocca per bambini.
Gli italiani, quelli che Concita De Gregorio, è andata a scovare (quelli che sono finiti sulle prime pagine dei giornali per un giorno e poi sono tornati alla loro quotidianità fatta di oblio), non hanno più neanche la voglia di indignarsi.

La rabbia diventa silenzio o maledizione, come quella di Peppino Corisi, operaio Ilva (morto di tumore nel 2012) che maledici la sua città. maledice chi sa e non fa niente, maledice “i politici, i preti, i sindacati”.

La rabbia è di tutti quei ragazzi, che come Giacomo Firinu, sognano di diventare qualcuno e invece lavora in miniera e che a votare non ci va più: “Ci andrei – dice – ma non so a che Santo votarmi. Sento un sacco di gente che come me non ci va più. Che peccato. A volte penso che sia colpa mia, provo a impegnarmi ancora un po’, ma non è possibile: perché è lei che se n’è andata, noi siamo sempre stati qui. E’ la politica che è andata via. E’ lei che ha abbandonato noi”.

La rabbia è quella dei bambini, ammalati a 4 anni di “iperattività” e di quelle mamma che non riescono e non possono fare tutto, quando tutto intorno a loro non funziona.

La rabbia è quella di Hulk, che diventa l’ultimo eroe moderno, l’uomo verde che ha un segreto: “Io sono sempre arrabbiato”.

La rabbia è quella di Emanuela, figlia di un operaio di Pomigliano, che scrive a Marchionne e sa che non riceverà risposta, perciò sogna  di andare a fare la volontaria in Africa “magari lì davvero riesco a fare qualcosa di utile, e così viaggerò anche io e mi si aprirà la mente”

La rabbia è fatta di dettagli e di piccole storie individuali, che diventano collettive.

Ma la rabbia è anche quella di chi reagisce nel silenzio. Quella di Anna Maria Cardamome, 48 anni, sindaco di Decollatura: “Sono tornata in Calabria per amore della mia terra. Guadagfno 1400 euro al mese. Chi fa politica deve essere sobrio. Serve un rinnovamento radicale. L’antipolitica nasce dalla cattiva politica”.

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