Primo maggio dei diritti

Tutti in piazza. Tutti uniti. Per la musica, i cantanti, perché è un giorno di festa, ma anche per il lavoro e la dignità.

Primo maggio a Taranto, primo maggio dei diritti.
Hanno fatto tutto da soli i ragazzi del Comitato cittadini e operai liberi e pensanti. Sono nati il 2 agosto scorso e in nove mesi ne hanno fatta di strada. Per realizzare la giornata appena passata c’è stata un’organizzazione meticolosa. Energia pura, energia che arriva dal cuore, per chi crede in quello che fa.
Ed è stato tutto perfetto, come l’area destinata ai disabili o la ragazza che dal palco spiegava con il linguaggio dei segni cosa accadeva. Non hanno dimenticato i diritti di nessuno i ragazzi dell’Apecar. E così mentre la Rai trasmetteva in diretta il concerto di Roma, a Taranto c’erano le telecamere della tarantina Jotv (il sito internet è andato in tilt, per i troppi accessi). A Taranto è scesa in piazza l’Italia più nuda e indifesa, l’Italia di tutti i giorni e non quella delle grandi occasioni.

Taranto è la città sacrificata, la città divisa tra lavoro e salute, la città della disperazione, la città sotto ricatto.
Ma Taranto è anche quella di ieri, la Taranto unita, orgogliosa, creativa, organizzata. E’ una folla di gente (c’è chi dice che c’erano 20 mila perone, chi 50.000) che si stringe, si racconta, si interroga sul proprio presente e su un possibile futuro, canta – un canto di rabbia e speranza – e riempie la piazza, mentre sullo sfondo si stagliano le luci della città.

Taranto è tutta nelle parole che  Cataldo Ranieri (una delle anime del comitato) ha pronunciato sul palco montato nell’area del parco archeologico delle mura greche (anche il luogo non è stato scelto a caso: è una delle poche aree verdi della città ed è una delle tante aree abbandonata al degrado):

“Io parlo per quei lavoratori che come me, prima di essere tali sono padri di famiglia, sono cittadini. Abbiamo cominciato questa battaglia il due agosto, quando siamo arrivati in piazza e nessuno ci ha ascoltato,  ma in nove mesi siamo cresciuti e siamo ancora qui, per dire che un lavoro che uccide non è un diritto è un delitto.
Ci dicono che noi siamo importanti per l’economia nazionale, ma quanto ci sentiamo importanti quando i nostri figli nascono con il cancro? Quanto ci sentiamo importanti quando interviene la magistratura e dice adegua gli impianti o chiudi e sequestra impianti e invece gli concedono nove mesi di tempo per portare via i capitali e trasformare quella fabbrica in un barcone senza timone? L’Ilva cade a pezzi mentre lavoriamo. Gli impianti sono vecchi e fatiscenti. Continuano a dirci che li metteranno a posto, ma quando?
Abbiate il coraggio di essere uomini. E di dire come stanno le cose.
A Taranto si muore di lavoro, si muore di Ilva, si muore di Cementir, si muore di Eni.
Non c’è più tempo da perdere. Adesso vogliamo risposte serie, vogliamo alternative. Vogliamo uno Stato che rappresenti la gente e non le fabbriche”.

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